28 marzo 2010

L’unica autorità? Fanno cataloghi “scientifici” dei sentimenti. Teoria kaputt

La scienza impotente
di Giorgio Israel
Davvero la scienza sotto la cui guida avanzerebbe la tecnica è la “potenza” suprema che divora tutti i sistemi che di essa si servono, come dice Emanuele Severino? E’ l’unica autorità rimasta in campo, come paventa Ernesto Galli della Loggia? Siamo all’affermarsi incontrastato del potere conoscitivo e pratico della scienza, come dice Aldo Schiavone? Massimiano Bucchi, in un recente libro (“Scientisti e antiscientisti”, il Mulino) denuncia la polarizzazione che si sarebbe creata tra i fautori di uno sviluppo incontrastato della tecnoscienza e coloro che vogliono limitarlo, uniti, a suo dire, da un pregiudizio: la separatezza tra scienza e società che alimenterebbe un antagonismo che “impedisce di cogliere di valorizzare pienamente le sfide della tecnoscienza”.
Stiamo parlando tutti della stessa cosa? Siamo certi di attribuire lo stesso significato alle parole “scienza”, “tecnologia”, “tecnoscienza”? Non è una questione nominalistica. Da essa dipende l’identificazione di chi sia la vera “potenza”, se ve n’è una in campo. Per parte mia, elimino ogni attesa dando subito la risposta che ritengo corretta. La scienza come “potenza” è introvabile. E’ più plausibile riconoscere un potere alla tecnoscienza. Ma mi sembra piuttosto che questa “potenza” nasconda male, come una cortina sfilacciata, un’ideologia cui a malapena riserverei il nome di scientismo: un costruttivismo individualistico che, in nome della “scienza”, promette la felicità personale assoluta.
Torniamo alla questione terminologica. Non aiuta usare a casaccio le parole “scienza” e “tecnoscienza”, parlare di scienza che “guida” nelle scelte della tecnoscienza. Quest’ultimo termine fino a una ventina di anni fa era quasi sconosciuto. Esso è entrato nell’uso alla fine degli anni Settanta soprattutto in Francia, ad opera di Bruno Latour e Jean-Marc Lévy-Leblond, ed esportato negli ambienti dei “social studies of science” americani, mentre in Italia uno dei primi a farne uso è stato lo scrivente. E’ stato inteso in varie accezioni. Negli ambienti del relativismo postmoderno, per esprimere la tesi che la scienza non può pretendere verità oggettive ed è socialmente e tecnologicamente determinata; secondo altri punti di vista, per esprimere una prassi che pone al centro un insieme di tecniche che ricorrono in modo strumentale ad aspetti della conoscenza scientifica teorica. Di qui la differenza con la “tecnologia” che è piuttosto la “tecnica basata sulla scienza”.
L’oggettivismo scientifico è un’illusione, come pretendono i relativisti postmoderni? Oppure è oggi che la scienza affronta una “crisi delle certezze” che la mette in balìa del procedere della tecnica, tumultuoso, anarchico e condizionato da richieste sociali? Quale che sia la risposta che si ritiene di dare a queste domande, nessuno nega che almeno soggettivamente, la scienza si sia pensata, fino a tempi recenti, come un’impresa di conoscenza oggettiva. Nel 1938, pur denunciando la “crisi delle scienze europee”, Edmund Husserl riconosceva che “il rigore scientifico” delle scienze naturali, “l’evidenza delle loro operazioni teoretiche e dei loro successi, che ormai si sono imposti in modo vincolante e per sempre, resta fuori discussione”. Non solo. Per qualche secolo, la scienza si è proposta come guida della tecnica, e matrice della tecnologia. Per quanto sia innegabile che la tecnica e l’ingegneria abbiano spesso compiuto decisive puntate in avanti e abbiano stimolato gli sviluppi teorici, la scienza è sempre stata il “tribunale” finale della tecnica, la sede in cui essa trovava e riceveva gli indirizzi per i futuri sviluppi. E’ indiscutibile che le più grandi invenzioni tecnologiche, quelle che hanno cambiato la faccia del mondo, dal cannocchiale di Galileo al calcolatore digitale sono state frutto di costruzioni teoriche, erano “macchine concettuali” e non il risultato di manipolazioni artigianali.
Anche la medicina, per rendersi “scientifica” con Claude Bernard, ha scelto il modello della fisica classica – prima viene l’ipotesi teorica, quindi l’esperimento visto come interrogazione della natura guidata dalla teoria – e non l’empirismo baconiano. E’ comprensibile che per alcuni segmenti della cultura anglosassone ammetterlo sia ostico, ma la scienza non ha mai avuto nulla a che fare con l’empirismo baconiano – “Bacone non ha mai capito nulla della scienza”, diceva Koyré. Come disse Henri Poincaré “la scienza non è un insieme di fatti più di quanto una casa non sia un ammasso di pietre”.
Indipendentemente da cosa si pensi di questa visione è innegabile che essa è in grave difficoltà da non pochi decenni. Altro che dispiegamento di geometrica potenza… Una semplice osservazione dei fatti basta a convincersene, soprattutto pensando alla roccaforte di quella visione: la fisica. Da più di mezzo secolo non si segnala alcuna grande scoperta in questo campo. La fisica ha sempre mirato alla scoperta delle grandi “leggi” naturali, a una teoria unificata delle forze, alla teoria del “tutto”. Questo obiettivo è sempre più lontano, mentre l’ambizione non è affatto spenta: perderla equivarrebbe a rinunciare al cuore pulsante della scienza. Ma tentativi come la teoria delle stringhe perdono colpi e non riescono a far uscire la fisica teorica dall’impasse.
Del resto, le ragioni dell’impasse vengono ricordate ogni giorno: la natura si è rivelata troppo “complessa”, troppe le variabili in gioco, troppe le interazioni, i modelli dipendono pesantemente da minimi scarti nella determinazione dei dati empirici. E si indica la “teoria della complessità” come via d’uscita. Ma è una soluzione dai piedi d’argilla. Non soltanto perché i modelli di complessità ricorrono allo stesso armamentario matematico e concettuale finora usato nella fisica classica che più classica non c’è, quella rigidamente deterministica. Ma anche perché la scienza – hanno ragione da vendere i fisici tradizionalisti alla Steven Weinberg – è riduttrice. Senza riduzionismo – almeno un po’ – non c’è scienza. L’ha spiegato bene un umanista, il padre dell’antropologia moderna Claude Lévi-Strauss. Le scienze “dure” hanno avuto il vantaggio di poter considerare i loro oggetti come meno complessi dei mezzi di cui dispone la mente per studiarli. Insomma, se non si può considerare la sfera di fenomeni studiati come avente un certo grado di “semplicità”, non vi è speranza di ottenere una rappresentazione esatta e predittiva. Il guaio delle scienze umane, osservava Lévi-Strauss, è di studiare realtà che hanno almeno lo stesso grado di complessità degli strumenti intellettuali con cui operano, e quindi si dicono scienze soltanto per una “flatteuse imposture”. Il dramma è che anche per la fisica è suonato il campanello d’allarme: l’ipotesi galileiana della semplicità della natura traballa. Né sarà il ricorso alla “complessità” a salvare la situazione, perché ciò equivarrebbe a scendere verso il livello di scientificità discorsivo, quello della “flatteuse imposture”. Ne era consapevole John von Neumann quando difendeva la possibilità di una rappresentazione logico-matematica dei processi di rappresentazione visiva, in quanto gli sembrava che questi obbedissero a una logica più semplice di quella usata nei corrispondenti modelli matematici. Riteneva questa situazione possibile anche in meteorologia.
Ora sappiamo che si trattava di illusioni. Né vale proporre una via d’uscita “baconiana”, con la raccolta sempre più fitta di dati e il loro trattamento numerico: il problema è teorico ed è inutile ignorarlo. Quanto alla biologia, che ha assunto il ruolo di “big science” un tempo riservato alla fisica, il problema non si pone perché una biologia teorica non è mai esistita e, in un certo senso, è impensabile. Il celebre matematico René Thom faceva infuriare i biologi molecolari negando che la loro fosse una scienza teorica. Aveva ragione. Una scienza teorica esiste nella misura in cui si riesce a rappresentare un insieme di fenomeni mediante uno spazio di possibilità e così simulare una dinamica, rendendo possibile la previsione.
Si può ritenere, con i relativisti, che la scienza abbia sempre vissuto questa condizione e si sia illusa di produrre conoscenza mentre forniva soltanto saperi pratici. Non credo che gli scienziati siano d’accordo. A me pare che il miracolo della scienza occidentale sia stato proprio l’aver realizzato un singolare connubio tra scienza e tecnica in cui la prima aveva una funzione di guida della seconda. Come ha osservato Lévy-Leblond non c’è ragione di ritenere che un simile connubio debba durare in eterno. Forse è già finito. In tal caso non è chiaro cosa ci attenda. Non abbiamo idea di dove possa andare a parare una tecnica che avanza senza guida teorica e che usa i risultati scientifici in modo opportunistico.
O forse un’idea l’abbiamo: verso un gran caos. Senza infierire sulla meteorologia, basta vedere cosa ci propinano quotidianamente le scienze biomediche. Si fanno ricerche costose per realizzare un vaccino per l’Aids, salvo poi ammettere che si tratta di un’impresa teoricamente infondata. Si passa da un annuncio all’altro di clonazioni, esperimenti sulle chimere e quant’altro: vanno a picco e non ne resta traccia. Un tempo, quando leggevo sulla stampa di certe “scoperte” sensazionali – come quella che le funzioni di utilità sarebbero innate nel cervello o che si è riusciti a immagazzinare informazioni in un gruppo di neuroni, costruendo una memoria – cercavo l’articolo scientifico corrispondente. Pura perdita di tempo: troppo spesso ci si trova di fronte a manifestazioni di inconsistenza teorica, di deficit della logica elementare. Oggi leggiamo sulla stampa che un gruppo di “scienziati” avrebbe “scoperto” che se qualcuno resta arrabbiato per troppo tempo ciò non dipende dal suo carattere ma dall’attività di una zona della corteccia cerebrale. Bene, ci sono cose migliori da fare nella vita che perdere tempo dietro a simili fandonie. Che dire dello sterminato campo della “misurazione delle qualità” che legittima le tecniche di “valutazione”? Le massime autorità scientifiche in tema di numeri hanno demolito queste elucubrazioni. Invano. Chi si cura della scienza teorica?
Pertanto, parlare di onnipotenza della scienza è derisorio. La scienza – se la parola ha ancora un senso – ha troppi lividi e malanni per avere la forza di dominare il mondo. Qualcos’altro dilaga, senza ombra di dubbio. E’ la tecnoscienza e il suo modo di procedere incurante di quello che un tempo veniva chiamato “probità scientifica”. Ma anche la potenza della tecnoscienza è minore di quel che sembra: si millanta di poter fare 100 quando al massimo riesce a fare 1. Quel che “domina” piuttosto è un’ideologia i cui connotati sono evidenti nelle scienze biomediche. Essa si riassume nell’ideale della felicità assoluta: salute piena; benessere psichico; una vita più lunga che sia possibile, nientemeno che l’immortalità; figli perfetti, sani e belli, a costo di mettere in opera tecniche eugenetiche di stile razziale; interventi neuronali per farti passare le arrabbiature, trovare il partner ideale, calcolare la durata di un matrimonio felice, ottimizzare le prestazioni mentali, ecc. Naturalmente, è difficile definire in cosa consistano questi stati ideali: ci pensano gli “esperti” con le loro competenze “scientifiche” (che di scientifico nel senso proprio della parola hanno poco o nulla).
Inutile dire che questa ideologia con la libertà e il progresso non ha niente a che vedere. Come si è detto all’inizio, è costruttivismo sociale riciclato in versione individualistica. Difatti, se si sottrae l’idea di felicità alla sfera personale per trasferirla nel campo delle definizioni “scientifiche”, la libertà è finita. Ne è un esempio clamoroso la tendenza a medicalizzare tutto, persino l’educazione e l’istruzione. Si pensi a quella patologia ridicola detta ADHD (Attention-Deficit Hyperactivity Disorder) che considera malati dei bambini semplicemente agitati o iperattivi (magari per colpa degli adulti) e addirittura li cura con una medicina (Ritalin) che nell’anno scorso negli Stati Uniti è stata ricettata 20 milioni di volte. C’è di peggio. Sotto la categoria della “psicopatologia dello sviluppo del linguaggio e dell’apprendimento” vengono raccolte assieme alla classica dislessia patologie improbabili come la “disgrafia”, la “disortografia”, la “discalculia”, che trattano come malati bambini che magari hanno difficoltà di calcolo o scrittura per colpa di qualche maestro incapace, o semplicemente detestano la matematica. E’ in discussione in Parlamento una legge che trasferisce al Servizio sanitario nazionale la diagnosi di questa patologia riducendo la scuola a un gigantesco pronto soccorso e i maestri a infermieri. Viene da pensare alla bonifica della stirpe di Nicola Pende.
Come definire un andazzo del genere, in cui rientra la follìa dell’educazione “scientifica” ai sentimenti? E’ un costruttivismo sociale di stile sovietico riciclato sotto la veste libertaria del perseguimento della felicità e della perfezione psico-fisica individuale, che mal ne nasconde il carattere totalitario e illiberale, visto che gli standard di felicità e perfezione sono materia esclusiva degli “esperti”: come significa essere felice, sano, intelligente lo prescrivono loro. Tutto ciò cosa ha a che fare con la scienza? Soltanto il fatto che per giustificare quella ideologia se ne abusa il nome e il prestigio. Questo è lo “scientismo” in circolazione: una tragica caricatura dello scientismo positivistico.
«Il Foglio» del 28 marzo 2010

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