25 febbraio 2010

Caravaggio come Marx? È altra la sua rivoluzione

Sì, Merisi dipinse i popolani, ma non per scelta di classe Voleva portare la santità al livello dell’umano, perciò piacque all’arte della Controriforma
di Michele Dolz
Caravaggio come Marx: l’uno rivoluziona­rio sul piano estetico, l’altro sul piano fi­losofico. Così Roberto Gramiccia firma­va un recente articolo su Liberazione , a propo­sito della mostra di Merisi a Roma. Sullo sfon­do sempre il recupero sociale del popolo. Non per fare polemica, anche perché la grande arte ha sempre lasciato al fruitore ampi spazi d’in­terpretazione; per questo è arte vera. Ma un volo pindarico così audace (e gratuito) arric­chisce senz’altro il già complesso catalogo ese­getico di Caravaggio. Non credo sia possibile parlare di rivoluzioni estetiche prima del Nove­cento, perché nessuno dei geni, e dei movi­menti che spesso hanno generato, ha rinnega­to le istanze estetiche precedenti ma ne ha, per così dire, accelerato lo sviluppo. Pensiamo a Giotto, che all’alba del Trecento incanta con il suo naturalismo, con una profondità psicologi­ca non raggiunta prima. Oppure a Michelange­lo, che portò a esaltazione la comune riscoper­ta umanistica del corpo. Giotto ottenne il plau­so di tutti. Michelangelo di quasi tutti, infatti fu a capo della Fabbrica di San Pietro e venne i­dolatrato dagli intellettuali del tempo, Vasari in testa. Non andò diversamente, leggende a par­te, con Caravaggio: giunto a Roma nel 1592 (se stiamo alle datazioni tradizionali), dopo un primo periodo di stenti e una sorta di appren­distato presso il Cavalier d’Arpino, nel 1595 era già sotto l’ala del cardinal Del Monte, il quale «ridusse in buono stato Michele e lo sollevò dandogli luogo onorato in casa fra i gentiluo­mini ». Seguirono la fama tra i pa­lazzi romani e le commissioni im­portanti e copio­se. Naturale che la novità della sua pittura pro­ducesse polemi­che. Ma il nume­ro di tele rifiutate è proprio esiguo, di certo inferiore alla media. La «Conversione di Saulo» Odescal­chi, per dire della più famosa, non fu probabilmente rifiutata, ma alla morte del com­mittente seguiro­no nuovi accordi e il genio reimpostò completamente il dipinto. La Vergi­ne morta come donna annegata nel Tevere è rite­nuta oggi inatten­dibile dagli stu­diosi. Certo il suo temperamento rissoso, le querele, gli arresti per abu­so di armi e il fa­moso «fattaccio» danno solo l’idea di un tipo inquieto, non di uno in rivolta contro alcuna i­stituzione. Anzi, scappando Merisi va a cercare rifugio presso altri potenti. Ad aiutarlo a fuggi­re da Roma fu il principe Filippo I Colonna, che gli offrì asilo in uno dei suoi feudi laziali. E poi a Napoli sempre sotto la protezione dei Co­lonna. Poi la Sicilia e poi Malta, dove venne in­vestito «Cavaliere di grazia». Furono periodi di produzione feconda e serena, anzi in continuo perfezionamento espressivo e approfondi­mento umano. Un ulteriore litigio all’interno dell’Ordine gli costò l’espulsione. I piedi spor­chi del popolano in primo piano: questa sì che è una novità, forse più importante del famoso chiaroscuro. Che la gente del popolo abbia preso il posto degli apostoli e dei discepoli; che Pietro assomigli troppo al calzolaio dell’angolo o quelli di Emmaus agli osti dei locali che fre­quentava. Perfino la Madonna diventa donna, alla mano e spesso popolana anche lei. Ma questo ha una lettura teologica possibile: la santità s’incarna, è roba di chiunque, non esi­stono esseri speciali tra cielo e terra. E non in­vano Caravaggio lasciò impostata l’arte della famigerata Controriforma.
«Avvenire» del 25 febbraio 2010

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