06 gennaio 2010

È sparita la psicoanalisi, che guaio

L' incontro tra il critico e lo scrittore della neoavanguardia. «Fu una folgorazione»
di Cinzia Fiori
Le intuizioni di Giacomo Debenedetti, la ricerca di Edoardo Sanguineti
La psicoanalisi uscita dai nostri ragionamenti. Dopo il boom degli anni Settanta, quando il suo lessico e le sue teorie pervadevano ogni arte, è tornata nel chiuso degli studi terapeutici. Persino Woody Allen sembra averla accantonata. Da strumento di indagine culturale si è trasformata nel prodotto di un clima storico superato. Buono al massimo per una citazione. Il vento postmoderno l' ha spazzata via anche dall' orizzonte dei critici letterari. Rimangono pochi ad avvalersene e perlopiù appartengono alla vecchia guardia. «Ormai - ironizza Edoardo Sanguineti - la psicoanalisi è una cosa che non si porta più». Passata di moda. «Io sono stato un freudiano ortodosso sin da ragazzo, finché non ho scoperto Groddeck, cui Freud deve molto», racconta Sanguineti. «La psicoanalisi per me ha giocato un ruolo importantissimo, è entrata nella metodologia del mio fare letterario. Ne ho sempre tenuto conto, fin dalla prima raccolta di poesie, Laborintus. Lì attingevo a Jung, non perché credessi nella sua teoria degli archetipi, ma per lo straordinario repertorio di immagini che offriva». È un aspetto dell' opera di Sanguineti trascurato dai critici, anche se non da tutti. Come dimostra un inedito tratto dagli appunti di Giacomo Debenedetti e pubblicato ora in Sanguineti, saggio di Gilda Policastro che ripercorre l' intera opera creativa dell' autore oggi settantanovenne (edizioni Palumbo). Di Sanguineti si è preferito mettere in luce l'esperienza neoavanguardista, la sperimentazione formale e la matrice materialista, che certo non rinnega: «La psicoanalisi e il marxismo, che il mondo ha messo da parte, sono due posizioni critiche fondamentali. Ma oggi sembra lo sappia soltanto la Chiesa, che non esita a confrontarsi con esse». Abbandonarle, per Sanguineti significa «rinunciare alla comprensione del mondo». Il risultato è «un brancolare cieco e distrattissimo che a volte ha successo e a volte no. Dipende dal caso». Sanguineti guarda alla situazione planetaria, ma non dimentica la letteratura, dove quel brancolare «riduce le valutazioni critiche a disputabili posizioni di gusto». Inevitabile perciò fare paragoni con «la profonda coscienza critica di uomini come Spitzer, Benjamin, Contini e Debenedetti. Erano preparati, armati di tutti gli strumenti», ricorda Sanguineti. «Con ciò, non intendo dire che occorra essere marxisti. Contini di certo non lo era, ma aveva ben chiaro quello sfondo. Così come non si tratta di considerare la critica psicoanalitica una chiave di volta buona per tutte le occasioni. Lo scopo è padroneggiarla per adoperarla quando occorre». È ciò che accadde nel 1963, quando, in una libreria romana, Giacomo Debenedetti chiese di intervenire alla fine della presentazione di Capriccio italiano (ora raccolto in Smorfie). L'assistente universitario di Getto, reduce dalla fondazione del Gruppo 63, a 33 anni esordiva alla narrativa con un romanzo che fu annunciato con inedita pompa da Feltrinelli, divise la critica, suscitò polemiche e scandalizzò non pochi lettori: «Era - come ricorda lo stesso Sanguineti - il primo romanzo della neoavanguardia». Il nucleo centrale del testo, strutturato in centoundici brevi capitoli, è la crisi coniugale tra l'io narrante, Edoardo, e sua moglie, Luciana, incinta del terzo figlio. La crisi, che si risolverà con il parto, è il filo conduttore lungo piani narrativi che s'intrecciano, avvicendando realtà e sogno. Durante la presentazione romana, ricorda lo scrittore, Renato Barilli si espresse positivamente, Giorgio Petrocchi negativamente, mentre «Galvano Della Volpe citò il romanzo come un esempio di realismo nuovo, lo stesso realismo messo in evidenza da Valerio Riva nella terza di copertina del volume. Debenedetti iniziò subito esprimendo le sue riserve proprio sul realismo. Per lui il protagonista distruggeva i connotati del personaggio naturalistico con le sue somatizzazioni, immedesimandosi nella gravidanza della moglie. Poi passò ad alludere alla prassi che gli antropologi francesi chiamavano couvade. Scorgeva nel libro segni del fenomeno diffuso tra alcune popolazioni primitive, che vede i maschi trasferire su se stessi il dolore del parto in un clima di forte ritualità». Debenedetti era soltanto all' inizio della sua analisi e già Sanguineti era colpito dalle sue osservazioni. «Tanto che riproposi quella chiave antropologica un anno più tardi alla fondazione Cini, quando fui chiamato a parlare per due giorni della neoavanguardia». Ma quella che Sanguineti chiama «l' osservazione folgorante», perché vi si riconobbe, venne «quando Debenedetti giocò un rovesciamento speculare. Per lui Capriccio italiano non riguardava la nascita di un figlio, ma era la storia del parto di un romanzo. E naturalmente aveva ragione, ma nessuno se n'era accorto». Le sorprese però non erano ancora finite. Un passaggio successivo di quell' analisi, che poi Sanguineti avrebbe definito «rabdomantica», lo lasciò di stucco: «Al XXII capitolo del romanzo c'è una sorta di gioco che porta i personaggi a inventare ciò che viene narrato. Debenedetti disse che questo capitolo era significativo perché deferiva ai personaggi un compito che doveva essere dell' autore, quello di fare il romanzo. Parlò proprio di una momentanea disfatta dell'autore. Ed è vero. Quando arrivai a quel capitolo ebbi un blocco e per un periodo lungo smisi di scrivere. E questo, Debenedetti non poteva saperlo. Tutto ciò mi fece una straordinaria impressione». L'ammirazione di Sanguineti per il critico non era nuova, già nel '56 aveva pubblicato sulla rivista «Aut Aut» Cauto omaggio a Debenedetti. Il saggio ne citava un altro pubblicato dal critico negli anni Venti sul «Baretti» e intitolato Cauto omaggio a Radiguet. Erano gli arguti ossequi del promettente 26enne che scambiava lettere con Luciano Anceschi (ora raccolte in Edoardo Sanguineti: lettere dagli Anni Cinquanta, a cura di Nilva Lorenzini, edito da De Ferrari) e scriveva i versi che quell'anno sarebbero stati pubblicati in Laborintus. «Fu in quel saggio che misi in rilievo per primo la sua grande arte di fare il racconto critico. Di Debenedetti mi piacevano l' antiaccademismo, l'irregolarità, ammiravo il suo modo inedito di esplorare i testi. Era un critico che dava molta importanza alla psicoanalisi. Allora non c'era nessun corso universitario che impiegasse la psicoanalisi come strumento per sondare i testi. Purtroppo, la sua innovazione non gli fu perdonata. Di fatto, gli costò la cattedra, non l' ottenne mai, e questa fu un' ingiustizia mostruosa».


Edoardo Sanguineti è nato a Genova il 9 dicembre del 1930. Il suo esordio poetico risale al 1956 con «Laborintus», mentre il primo impegno in campo narrativo è del 1963 con «Capriccio italiano»
Il libro «Sanguineti», è il titolo del saggio di Gilda Policastro che ripercorre l'intera opera creativa dell'autore (Edizioni Palumbo, pagine 224, 23). In questo volume è inserito il testo del grande critico Giacomo Debenedetti (1901-1967) di cui pubblichiamo qui sotto un breve passo
Il travaglio del padre-narratore
Laborintus, spiegava nel suo primo poema, quia laborat intus, perché si travaglia di dentro. Chi si travaglia di dentro nel Capriccio italiano? Tutti i personaggi, o germi di personaggi che vi appaiono, ma soprattutto il protagonista: il solo che attraverso la coerente anarchia degli episodi autosigillantisi, ellittici e ad echi, multipli e vicendevoli, integri una propria storia. Supponiamo bruscamente, per non tirarla troppo in lungo, il caso di uno scrittore che avverta in sé una germinazione narrativa, un pullulare di personaggi che gli si promettono vivi, si annunciano vivi, gli tirano calci nella pancia; ma frattanto si mantengono invisibili, informi, pura molestia senza nome. La metafora più ovvia, per quello scrittore in travaglio sarebbe: questa è una fatica, una sofferenza peggio che mettere al mondo una creatura. Non voglio attribuire a Sanguineti un pensiero così semplicistico. Ma lui aveva già in sé la sua storia recidiva, disarmonica, prescritta: quel suo privilegio o condanna di identificarsi con la moglie incinta. La vita pratica, la sua biografia, gliela rendevano un'altra volta attuale. Nella zona psichica, dove le cose perdono la loro specifica identità diurna e riconoscibile, le due storie si scambiano i nomi, si simboleggiano e collimano: i due Laborintus si sovrapponevano e coincidevano: il travaglio del padre e quello del narratore. La prima era addirittura l'archetipo della seconda. Giacomo Debenedetti
«Corriere della Sera» del 3 gennaio 2010

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