17 gennaio 2010

Bella e scialla: ecco come parla la "generazione 20 parole"

Secondo una ricerca inglese che analizza il linguaggio dei ragazzi sul web i termini utilizzati dai coetanei su internet o cellulare sono appena 800
di Alessio Balbi
Si può comunicare con 20 parole? Sì, stando a una ricerca inglese che analizza il linguaggio dei ragazzi sul web e che ha fatto inorridire il governo di sua maestà: anche se i teenager hanno un vocabolario di 40 mila termini, quando parlano con i coetanei tramite Internet o il telefonino ne usano solo 800. Ma non basta: in un terzo delle conversazioni le parole ricorrenti sarebbero appena venti. Lo sostiene Tony McEnery, professore di Linguistica alla Lancaster University, la cui ricerca ha messo in allarme Jean Gross, appena nominata consulente del governo britannico per le politiche sulla comunicazione giovanile.
La Gross teme che l'abitudine a parlarsi attraverso il computer e i cellulari possa trasformarsi in un handicap insuperabile per il futuro dei teenager: "I ragazzi passano sempre più tempo comunicando attraverso gli sms e altri strumenti elettronici, con messaggi brevi e diretti", ha detto. "Ma devono capire che ottocento parole non sono sufficienti per conquistare un lavoro e avere successo nella vita".
Scorrendo la lista delle venti parole che costituiscono un terzo delle conversazioni online tra i giovani inglesi si trovano termini banali, come "yeah" (sì), "but" (ma) e "no", ma anche vocaboli misteriosi come "chenzed", che può significare "stanco" o "ubriaco", oppure "spong", traducibile in "stupido". E poi ovviamente ci sono le abbreviazioni tipiche dei dialoghi su internet, come "lol", acronimo di "laugh out loud" ("rido a crepapelle").
Applicando gli stessi criteri alle comunicazioni elettroniche tra ragazzi italiani emergerebbero verosimilmente gli ormai proverbiali "xke" al posto di "perché", "tvb" per "ti voglio bene" o "cmq" invece di "comunque". Ma anche nuove forme di saluto, come "bella", rivisitazione del vecchio "ciao". O slittamenti del significato, come nel caso di "pisciare", ormai usato come sinonimo di "lasciare", "abbandonare". Oppure "accollarsi", sostituto di "mettersi in mezzo", "dare fastidio". Termini che spesso nascono per esigenze di spazio, per rispettare gli angusti limiti degli sms o dei cinguettii su Twitter. E che altre volte vengono scelti per marcare una distanza da chi guarda da fuori ed è abituato ad esprimersi in un altro modo.
Un gergo che dall'esterno può sembrare un codice misterioso e in qualche modo persino ostile, ma che secondo gli esperti non completa l'universo linguistico delle nuove generazioni. E così, mentre il governo inglese si prepara a lanciare per l'anno prossimo una campagna nazionale per arricchire il linguaggio dei teenager, c'è chi ridimensiona gli allarmi e preferisce ricondurre tutto a un problema di gap generazionale: "Tanta gente non capisce come i giovani possano avere un vocabolario per parlare di hip-hop e non per discorrere di politica", ha detto al Times il linguista David Crystal. "Il fatto è che i ragazzi sviluppano un frasario articolato per parlare di ciò che piace a loro. Ed è un vocabolario che gli studiosi non sono ancora riusciti a misurare".
«La Repubblica» del 12 gennaio 2010

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