22 novembre 2009

Lombroso: l’inventore dei Ris

Mentre il 27 novembre riapre il Museo a lui dedicato a Torino, torna d’attualità lo psichiatra autore dell’«Uomo delinquente», considerato l’ispiratore dell’attuale polizia scientifica. Dice l’esperto Baima Bollone: «Ha incentrato l’attenzione sulla concreta azione criminale»
di Riccardo Maccioni
Quella di Cesare Lombroso è una vita difficile da afferrare. Come un puzzle impazzito a cui manca sempre l’ultima tesserina, come uno specchio che ogni volta riflette un’immagine differente. Troppo imponente la sua produzione per essere sempre coerente, troppo immersa nel suo tempo per assumere il carattere di profezia. Eppure quella scientificità visionaria non manca di sistematicità e pochi come lui hanno influenzato intere generazioni di medici, biologi e giuristi. È stato un umanista prestato alla scienza – sottolinea Pierluigi Baima Bollone, professore ordinario di Medicina legale all’università di Torino –, un eclettico, capace di spaziare dalla zoologia all’etnografia, dalla linguistica, alla psicologia». E forse senza quel patrimonio letterario e filologico acquisito in gioventù, base d’appoggio di una cultura enciclopedica, non ci sarebbe stata neppure la teoria dell’«uomo delinquente» che resta il vero marchio di fabbrica lombrosiano. Una scoperta, sbagliata, che gli avrebbe garantito in vita una grande popolarità, inferiore solo al sarcasmo, spesso al dileggio, che l’avrebbero accompagnato dopo la morte. Non che non ne fosse consapevole, tutt’altro. «I miei libri – scriverà nel 1889 ad Émile Zola – si vendono, ma a ragione inversa della stima che ispira il loro autore. Per gli aristocratici, per gli accademici, per la gente a modo, per il borghese, io sono il povero pazzo della pellagrozeina, dell’epilessia, del delinquente nato, sono un demolitore sociale». Maggiore ottimismo aveva invece dimostrato 5 anni prima quando si era azzardato a teorizzare: «Forse della mia opera non resterà in breve pietra su pietra: ma l’idea non morrà». Le cose, come tutti sanno, andarono diversamente, però come lui sbagliò anche, e molto, chi lesse nella sua scomparsa la fine dell’antropologia criminale di cui era stato padre. Non è stato cancellato Lombroso, non sono state dimenticate le sue teorie su cui, anzi, il centenario della morte - Lombroso si spense nella notte tra il 18 e il 19 ottobre 1909 - ha acceso nuovi interessi. «I suoi scritti scientifici sono stati numerosi e importanti» annota Baima Bollone, che ha da poco pubblicato per Priuli & Verlucca Cesare Lombroso e la scoperta dell’uomo delinquente, un saggio ricco e documentatissimo (pagine 368 euro 16,50). In particolare «ci restano le ricerche per differenziare l’uomo bianco da quello di colore» e quelle «che consentono di distinguere i soggetti sani di mente dagli alienati e dai criminali, e infine sull’essenza del genio». Intriso di positivismo, lo psichiatra veronese provò a «leggere» il volto degli uomini e delle donne, per dimostrare che il male può essere misurato, classificato e infine sconfitto. Sono noti a tutti, e oggi ci fanno un tantino orrore per le conclusioni che ne trasse, gli esami sul cranio del brigante Giuseppe Vilella, gli studi su Vincenzo Verdeni, serial killer e cannibale, le perizie su Salvatore Smidea, giovane soldato calabrese che il 13 marzo 1884 aprì il fuoco sui commilitoni, uccidendone 7 e ferendone 13. Casi esemplari per fondare la teoria secondo cui si sarebbe per così dire criminali dentro, a causa di particolari caratteristiche craniche e conseguenti alterazioni della funzione cerebrale. «Il traguardo che spero di raggiungere completando le mie ricerche – scrisse nell’edizione 1876 de L’uomo delinquente – è quello di dare ai giudici e ai periti legali il mezzo per prevenire i delitti individuando i potenziali soggetti a rischio e le circostanze che ne scatenano l’animosità. Accertando rigorosamente fatti determinati, senza azzardare su di essi dei sentimenti personali che sarebbero ridicoli». Sul piano più prettamente psichiatrico – aggiunge Baima Bollone – «adattando ed esasperando la teoria della degenerazione del francese Morel, giunse alla conclusione che una perturbazione dello sviluppo psichico può determinare la regressione di alcuni soggetti allo stato ancestrale dell’uomo primitivo violento e selvaggio». È questo il cuore della teoria, oggi la diremmo delirante, dell’atavismo secondo cui si è portati a delinquere per quello che c’è in noi, senza possibilità di fare altrimenti. Una tesi che documenta l’irrecuperabilità di chi delinque e insieme lo libera da ogni responsabilità. Lo condanna e insieme lo assolve in un apparente gioco delle parti che non perde mai di vista l’obiettivo principe della sicurezza sociale. Per Lombroso – aggiunge ancora Baima Bollone – «la causa perturbatrice dello sviluppo psicofisico del delinquente va ricercata nell’epilessia», ipotesi, questa, che gli valse il sarcasmo di Sigmund Freud secondo cui Lombroso non sarebbe stato in grado di distinguerla dall’isteria.
«Oggi – aggiunge Baima Bollone – le conclusioni cui giunse non possono essere valutate se non attraverso le conoscenze su Darwin, i rapporti con gli studi condotti da altri scienziati ottocenteschi e le moderne estensioni del darwinismo scientifico». Non tutto va buttato, dunque, semmai filtrato alla luce delle acquisizioni più recenti, la scoperta dei cromosomi in primis. Ad esempio Lombroso è giustamente considerato il fondatore della moderna polizia scientifica che sin dall’inizio fece proprie le sue ricerche sulla possibilità di prevedere il delitto osservando il potenziale autore. Un modus operandi predittivo, per così dire «svezzato» in epoca fascista, quando furono usati in senso antigiudaico gli studi avviati da uno scienziato di origine ebraica come Lombroso e proseguiti in modo decisivo da Silvano Ottolenghi, già suo assistente ed ebreo anch’egli. È l’eterno doppio che circonda Lombroso. Studioso della devianza ma incapace di dare una definizione precisa di normalità, un conservatore approdato al socialismo, un positivista attratto dallo spiritismo. «Lombroso – conclude Baima Bollone – ha avuto il merito di spostare l’attenzione degli specialisti dall’astrattezza giuridica alla concretezza delle azioni antigiuridiche, dal delitto al suo autore.
Ha creato le basi di un indirizzo che sarà per decenni, e talora è ancora oggi, la spina dorsale delle indagini di polizia criminale e scientifica». Inoltre «ha creato uno spazio culturale e un genere letterario. Davvero non è poco».
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LA VITA
Dalla glottologia alla medicina legale

Nato a Verona il 6 novembre 1835 da un’agiata famiglia ebraica, Ezechia Marco – noto come Cesare – Lombroso viene avviato agli studi storici e glottologici da Paolo Marzolo per poi laurearsi in medicina a Pavia il 13 marzo 1858. A 30 anni, sempre nel capoluogo pavese, inizia la carriera universitaria come professore straordinario di malattie nervose e nel 1871 assume per due anni la direzione del manicomio di Pesaro. Nel 1874 vince il concorso per la cattedra di medicina legale di Torino, concorso che dopo contrasti è riaperto nel 1876. Il risultato non cambia. Risale a quell’anno anche la prima edizione dell’«Uomo delinquente studiato in rapporto all’antropologia, alla medicina legale e alle discipline carcerarie», che raccoglie il nucleo centrale della sua dottrina. Seguiranno, sempre a Torino, la cattedra di psichiatria (1896) e nel 1905 quella di antropologia criminale, disciplina di cui è ritenuto il fondatore. Morì nella notte tra il 18 e il 19 ottobre 1909. Rispettando il suo desiderio il corpo del Lombroso fu «donato» al museo di antropologia criminale. «Morto – recita il suo testamento –, voglio essere portato senza pompa al mio museo ed ivi disseccato e preparato scheletro e cranio e mano e cervello, mandando qualche frammento del lobo frontale a Roncoroni per preparazioni istologiche».
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IL MUSEO TRA CRANI E PLASTICI, MA SENZA OMAGGI ALL’ORRORE
Il padrone di casa ti aspetta nel suo studio privato, quasi in fondo al percorso, mentre le vetrine raccontano, con il vocabolario degli oggetti, la sua vita quotidiana. Ha la guardo intenso e la voce matura cui è affidato il compito di «riassumere» l’itinerario appena concluso. Perché il Museo di antropologia criminale Cesare Lombroso che apre i battenti a Torino il prossimo 27 novembre è innanzitutto un viaggio. Dentro le teorie e gli errori lombrosiani certo, ma soprattutto nelle atmosfere ottocentesche, lievemente cupe, in cui poterono maturare. Chi si aspetta lo spettacolo dell’orrore ha sbagliato indirizzo, così come chi pensa di leggervi fini celebrativi. «In un allestimento come questo è fondamentale la contestualizzazione storica» spiega il direttore del Museo Silvano Montaldo, anche se la devianza è presente in ogni tempo e società. Lui, il Lombroso, lo incontri nel salone centrale, in forma di scheletro, ultimo omaggio alla scienza di una vita interamente donata alla ricerca. Lungo le pareti, l’abito del brigante Gasparone e un mobile, ma forse sarebbe più giusto definirlo un’opera d’arte, dell’alienato Eugenio Lenzi. In vetrina, sotto il soffitto decorato, alcuni oggetti che sintetizzano l’allestimento: un cranio, una testa in cera, un orcio in terracotta di quelli su cui i carcerati scrivevano la loro rabbia, promettevano vendetta, disegnavano le circostanze del loro arresto. «W i lader a morte le spie» cioè «Viva i ladri, a morte le spie» è scritto su una brocca poco più avanti. «Il Museo – aggiunge Montaldo che mi accompagna nella 'visita' insieme a Cristina Cilli, una delle curatrici dell’allestimento – è frutto di un lavoro, di un processo di catalogazione iniziato negli anni ’80». Il risultato è un percorso ad anello distribuito in undici sale, ricche di oggetti e di giochi di luce.
All’inizio si incontrano i volti e i luoghi che attirarono l’attenzione del Lombroso; subito dopo, nella aula universitaria in legno, si può assistere a un dibattito a più voci sulle sue teorie. Una discussione che in realtà continuerà per tutto il percorso espositivo fino all’uscita fatta di teli sospesi con immagini e didascalie a documentare le conseguenze scientifiche e criminologiche dovute alla ricerca lombrosiana. In mezzo, la raccolta di circa 400 crani, «reperti» che Lombroso iniziò a raccogliere sin dal 1859, un migliaio di corpi di reato, strumenti di punizione, disegni e fotografie. Ognuna racconta una storia, dietro ciascuna c’è una vita. Molti «matti» e «detenuti» l’hanno perduta volontariamente nel terribile isolamento delle carceri e dei manicomi qui riprodotti in dettagliatissimi plastici. Poco oltre, la forca di Torino che lavorò fino al 1865 anno dell’ultima impiccagione.
Reperto tragico e necessario insieme, macabra porta spalancata su una frontiera dell’orrore che l’Italia non vuole più conoscere.
«Avvenire» del 22 novembre 2009

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