01 maggio 2009

L'aeternitas di Roma

La capacità dei Romani di costruire la comunità politica integrando popoli diversi tra loro è esemplare. E ci aiuta a comprendere anche l’universalità delle nostre radici italiane, valorizzate dal cristianesimo.
di Marta Sordi
Nella Grecia classica (V e IV sec. a.C.), non in quella ellenistica, in cui il rapporto fra il cittadino e la polis ha perso il suo significato originario, la commistione delle stirpi ha un significato puramente negativo. Questa concezione porta a svalutare ogni mescolanza etnica: nella Grecia classica la purezza della stirpe è un vanto, l’appartenenza ad una popolazione mista è un segno di inferiorità.
Una coscienza ben diversa si avverte sin dalle origini nella Sicilia greca, nella Siracusa dei due Dionigi e del loro consigliere Filisto, nel IV secolo a.C. dove il regime tirannico, per avere nelle Assemblee utili masse di manovra, tende ad incrementare demograficamente la popolazione con concessioni di cittadinanza a stranieri, soprattutto mercenari, e non solo greci, ma anche barbari, mirando a costruire una realtà politica non più etnica ma territoriale. Dionigi I viene così definito Arconte di Sicilia e Dinasta d’Europa.
Nel mondo nomano, invece, il concetto di Europa resta per lo più limitato al suo significato geografico e l’unico mito di integrazione (syngheneia), quello troiano, serve a giustificare non soltanto momentanee alleanze ma soprattutto il diritto di Roma, in quanto erede di Troia e di Enea discendente dall’africano Atlante, a un dominio universale che comprende Europa, Asia e Africa. Diversamente dalla tradizione greca classica, infatti, lo scontro fra Europa e Asia che si verifica nell’Eneide non ha come fine la vittoria o la sconfitta di uno dei contendenti, ma la loro riconciliazione e la loro fusione: è alla «stirpe mista che sorgerà dal sangue Ausonio (italico) («ad gentes Ausonio mixtum quod sanguine surget (Aen. XII, 83)» e alla sua pietas, superiore a quella degli uomini e degli dei, che Giove promette il dominio del mondo, senza termini di spazio e di tempo. La mescolanza del sangue, che i Greci sentivano come segno di inferiorità, diventa per i Romani pegno di vittoria.

La capacità di integrare popoli diversi
Di questa loro capacità di assimilazione, che diventa tradizione, i Romani dell’età cesariana e augustea hanno profonda coscienza; oltretutto tale capacità non riguarda soltanto le persone e i popoli ma anche le istituzioni, che assunte dai Romani diventano migliori. Sono molti i discorsi che confermano questa affermazione: il discorso di Cesare in Sallustio (Cat. 51, 37 ss), quello del tribuno della plebe Canuleio in Livio (IV, 3 ss), dell’imperatore Claudio nel 48 d.C. per l’ammissione del Galli nel Senato.
Cosi, l’unità, che per la Grecia classica veniva soprattutto dalla comunità della stirpe e per la Siracusa dei due Dionigi e di Fillisto dalla continuità territoriale o addirittura continentale, per Roma deriva dall’identità del valori morali, religiosi e politici, per cui una moltitudine diversa e raminga — come aveva scritto Sallustio nel VI capitolo della Catilinaria a proposito delta fusione dei Troiani con gli Aborigeni — grazie alla concordia diventô una comunità politica (civitas). Per Sallustio, come per Virgilio, ciò che rende possibile l’unione è la concordia per il primo e la pietas per il secondo, e il risultato è appunto una civitas, una comunità politica e umana, non territoriale o etnica. Colpisce, in Virgilio come in Sallustio, l’insistenza sulla originaria differenza etnica (il genere), linguistica (la lingua), perfino di costumi (more) delle componenti della fusione, che al di là della leggenda troiana riflette l’esperienza reale delle origini di Roma, l’incontro fra Latini e Sabini, da una parte, ed Etruschi dall’altra: fu soprattutto grazie l’incontro con gli Etruschi, diversi per stirpe, per lingua, per costumi dagli altri popoli italici a cui appartenevano Latini e Sabini, a dare ai Romani già nell’ultima età regia (fine VII-VI sec. a.C.) quella capacità di assimilazione del diverso e di integrazione di esso in un’unità nuova fondata su valori comuni che ne caratterizza la storia.
I Greci se ne accorgono nei loro primi contatti con Roma: in un documento ufficiale del 214 a.C., Filippo V (238 ca-179 a.C.), re di Macedonia, in guerra contro Roma, invita i cittadini di Larissa, in Tessaglia, in piena crisi demografica, a guardare a Roma che era stata capace di integrare, offrendo la cittadinanza, gli schiavi liberati, affidando loro anche cariche pubbliche. Questa modalità di integrazione offriva ai Romani, Secondo il re macedone, l’inesauribile disponibilità di uomini, nonostante le enormi perdite subite nella guerra.

L’aeternitas di Roma
Al tramonto dell’impero, subito dopo la distruzione di Roma da parte del Goto Alarico, nel 410 d.C., sarà proprio la consapevolezza di una comunione di vita e di civiltà che travalica le differenze etniche e le lontananze geografiche, un foedus commune, a far pronunciare al poeta pagano Rutillo Namaziano, di nobile famiglia di origini galliche, un grande elogio di Roma, che sembra riecheggiare il discorso dell’imperatore Claudio del 48. In modo simile, lo storico spagnolo e sacerdote cattolico Paolo Orosio, in fuga dall’Occidente, dirà che aveva la possibilità di rifugiarsi, in quanto Cristiano e Romano, in Oriente, nel nord e nel sud Cristiani e Romani. Entrambi sperano che Roma possa rinascere ed è significativo che entrambi provengono dalle province dell’Impero, dalla Gallia e dalla Spagna. Pagano il primo e cristiano il secondo, sono comunque d’accordo nell’auspicare che Roma sopravviva nella storia, per la sua vocazione a pacificare e a unire i popoli nel diritto.
L’aeternitas di Roma si collega all’idea di impero universale, nella teoria ben nota nell’antichità, anche nel profeta Daniele, della successione degli Imperi: per Orosio, cosi come per il romano Emilio Sura (ca II sec. a.C.), l’impero dei Romani era l’ultimo impero universale, dopo quelli degli Assiri, dei Medi, del Persiani e dei Macedoni, e veniva ritenuto come il regno imperituro della pace voluta dalla divinità.
L’adesione dei Cristiani al mito della aeternitas di Roma si spiega con il fatto che già nei primi secoli essi identificavano nell’imperatore e nell’impero «l’impedimento al mistero dell’iniquità» (di cui parla san Paolo netta seconda lettera ai Tessalonicesi) e per loro la fine dell’impero coincideva con la fine del mondo. Per questo motivo, Tertulliano, nell’Apologetico, sostiene che i Cristiani hanno maggiore necessità degli altri di pregare per gli imperatori, perché sanno che la suprema violenza contro il mondo intero e la stessa fine del tempo sono rimandate dall’esistenza dell’impero romano.

Bibliografia
Marta Sordi, Il mito troiano e l’eredità etrusca di Roma, Jaca Book, 1988.
M. Sordi, Integrazione, mescolanza e rifiuto nell’Europa antica: il modello greco e il modello romano, in AA.VV., Integrazione, mescolanza, rifiuto. Incontri di popoli, lingue e culture in Europa dall’Antichità all’Umanesimo, a cura di Gianpaolo Urso, Ed. L’erma di Bretschneider, 2001, pp. 17 ss.
Da «il Timone» n. 77, novembre 2008

Nessun commento:

Posta un commento