31 dicembre 2007

I volenterosi carnefici della Stasi

di Vito Punzi
C’è voluto un film, l’anno scorso, il primo lungo­metraggio di Florian Henckel von Donnersmarck, per sollecitare la coscienza storica di un’intera generazione di occidenta­li (dunque non dei soli tedeschi). Ci sono voluti quel La vita degli altri e quello sguardo timido e insieme i­nespressivo di Ulrich Mühe. Un 'ca­so' tipico, non troppo frequente, d’incontro, in un’opera cinemato­grafica, tra bellezza (arte) e verità (storia). Certo i meritati riconosci­menti ottenuti dal film hanno mes­so sugli scudi von Donnersmarck, regista e sceneggiatore. Non può es­sere taciuto tuttavia il lavoro oscu­ro svolto da quei ricercatori che da anni danno il loro contributo alla ri­costruzione di oltre quarant’anni di storia al di là del Muro berlinese. U­na storia di libertà e diritti negati, di dittatura 'nazional-socialista' (e la definizione non sembri forzata). Tra questi c’è lo storico Hubertus Knabe, uno dei massimi esperti sulla storia della Ddr e impegnato da tempo, in particolare, per tenere viva la memoria delle vittime del regime della Sed, l’allora Partito comunista della Germania orientale.
Dottor Knabe, come valuta l’attua­le governo federale in rapporto a quella memoria?
«È parte dell’esperienza tragica vis­suta dalle vittime il fatto che in Ger­mania in questo s’impegni princi­palmente solo l’opposizione, men­tre il governo riesce solo a dichiara­re che non ci sono soldi. Dopo una battaglia durata anni è stata intro­dotta almeno una pensione per co­loro che furono vittime della perse­cuzione di 250 euro mensili, e tut­tavia viene riconosciuta solo agli in­digenti. Molti di coloro che nella D­dr hanno dimostrato coraggio civi­le ne pagano ancor oggi le conse­guenze ».
Che giudizio dà del Museo del check-point Charlie, il luogo che dovrebbe rappresentare la memo­ria di quelle vittime?
«Fino ad oggi alle vittime del regime della Ddr è stato dato un tributo insufficiente. E penso non solo ai circa mille morti, ma anche ai tanti feriti e agli oltre settantamila imprigionati. Quando presso il check­point Charlie sono stati ricordati i mille morti con altrettante croci di legno, l’area venne sgomberata dalla polizia. Per quei morti non c’è stato ancora alcun risarcimento. Mi sto adoperando per realizzare nel cosiddetto 'Palazzo delle lacrime' – quello che allora era a Berlino l’edificio di disbrigo delle pratiche di confine – un museo che documenti gli orrori provocati dal Muro».
Nel suo ultimo libro,'I carnefici so­no tra noi' («Die Täter sind unter uns», Propyläen Verlag, pagine 384), per 'carnefici' intende i qua­dri e i funzionari della Sed e della Stasi che spesso nell’attuale Ger­mania ricoprono ruoli importanti. Chi sono?«Nel Parlamento tedesco, per il par­tito La Sinistra siedono molti che al­lora collaboravano con la Stasi. Con le ultime elezioni è arrivato per la prima volta un personaggio che al­lora ricopriva un ruolo di particola­re rilievo, Lutz Heilmann. Anche nei Land dell’est sono ai vertici di quel partito ex collaboratori della Stasi. Nel Brandeburgo, per esempio, il ca­po del partito, Thomas Nord, la ca­pogruppo, Kerstin Kaiser e il porta­voce per gli affari politici interni, Hans Jürgen Scharfenberg. Questo accade anche nell’ambito econo­mico. A capo della Dresdner Bank di Mosca è per esempio un ex mag­giore della Stasi. Ma anche l’ex ca­po della Sed, Egon Krenz, o l’ultimo capo della Stasi, Wolfgang Schwa­nitz, vivono completamente indi­sturbati e nelle sortite pubbliche di­fendono ancora la Ddr».
Esistono ancor oggi numerosi as­sociazioni che si richiamano alla Stasi e raccolgono circa venticin­quemila membri. Nel suo libro, lei afferma che non si tratta di realtà indipendenti, piuttosto «collabo­rano strettamente con La Sinistra» con uno scopo preciso: la futura im­magine della pur decaduta Ddr. Perché pensa che questo sia un pro­blema che in Germania non do­vrebbe essere sottovalutato?
«Dal tempo della riunificazione, cioè dal 1990, è cresciuta un’intera ge­nerazione che conosce la Ddr solo per averne sentito parlare. Anche i più anziani tendono a rivalutare quel regime. Nel Land di Sassonia­Anhalt il 23 per cento della popola­zione rivorrebbe la Ddr. Ma la riva­lutazione della dittatura della Sed è un problema che riguarda il cuore della società. Il revisionismo storico delle associazioni che si rifanno al­la Stasi trova lì un terreno fertile. L’accettazione limitata della demo­crazia, che si manifesta anche nel successo dei partiti di estrema de­stra, rappresenta un pericolo molto serio per il sistema democratico te­desco ».
In quali ambiti l’attuale governo te­desco è condizionato da ex funzio­nari o ex quadri del regime della Sed?
«Il governo federale non è domina­to dagli allora quadri della Ddr, però esiste una propensione molto dif­fusa ad una posizione acritica ver­so la dittatura della Sed. Anche la conoscenza di ciò che essa è stata è piuttosto limitata. Molti, per esem­pio, non sanno che i campi di con­centramento di Buchenwald e di Sa­chsenhausen sono stati utilizzati anche dai comunisti. Il mix di igno­ranza e accondiscendenza porta al fatto che si sentono affermazioni che non ci si azzarderebbe mai fare a proposito della dittatura nazista. Per esempio, che gli asili nido o il si­stema educativo nel suo complesso siano da apprezzare ancor oggi co­me modelli».
Perché, rispetto ad altri Paesi euro­pei, negli ultimi anni la Germania è rimasta indietro nel confronto con la dittatura comunista?
«Negli altri Paesi post comunisti, co­me la Polonia, esiste una maggiore consequenzialità nel rapporto con il passato. Lì, per esempio, i simbo­li della dittatura comunista sono vie­tati alla pari di quelli nazisti. Sono stati realizzati grandi musei sulla storia più recente. Il fatto che in Ger­mania questo risulti più difficile non dipende solo dalle nostalgie presenti nei Land dell’est. Anche gli intellet­tuali della Germania occidentale si sono posti rispetto alla Ddr per la maggior parte in maniera molto a­critica. Questa acriticità dipende an­che dalla storia precedente il 1945: la Ddr è intesa sempre all’ombra del nazismo e in confronto ad esso vie­ne ritenuta innocua, sebbene sia stata la causa dell’annichilimento di centinaia di migliaia di persone».

CHI È
Lo storico della «Vita degli altri»

Oggi cinquantenne, Hubertus Knabe, è figlio di genitori fuggiti nel 1959 dalla Ddr (la Germania orientale). Dopo alcuni anni di militanza nel partito dei Verdi, co-fondato da suo padre Wilhelm, gli venne interdetto l’accesso nella Ddr dal 1980 al 1987. Dopo aver pubblicato alcuni libri sotto pseudonimo, dopo la riunificazione della Germania, dal 1992 al 2000, su diretto incarico da parte del Parlamento tedesco, ha iniziato a lavorare sui documenti prodotti dal ministero per la Sicurezza statale (Stasi) di Berlino Est. Attraverso la pubblicazione dei risultati delle sue ricerche (almeno una decina di volumi), si è dedicato in particolare alla diffusa presenza degli uomini della Stasi nell’allora Germania Occidentale. Dal 2001 è direttore scientifico del Centro monumentale di Berlino­Hohenschönhausen.
«Avvenire» del 28 dicembre 2007

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