31 dicembre 2007

Botticelli, il segreto svelato

Il capolavoro del ‘400 interpretato da Giovanni Reale con un video di Elisabetta Sgarbi
di Pierluigi Panza
«La Primavera» raffigura la nascita dell’Umanesimo
Negli anni Ottanta del XV secolo Sandro Botticelli dipinse «La Primavera», un tempo a Villa di Castello dei Medici e ora custodita agli Uffizi di Firenze. L’enigmatica tela di due metri per tre raffigura nove personaggi in un boschetto che sono sempre stati oggetto di decifrazione. I primi interpreti cercarono di connettere la scena a fatti storici. E in questa direzione si sono mossi, ancora nel Novecento, Mirella Levi D’Ancona e il Lightbown, che nel 1978 avanzò l’ipotesi che si trattasse della raffigurazione delle nozze tra Lorenzo di Pierfrancesco de Medici (committente dell’opera) con Semiramide Appiani. Altri hanno cercato di individuare nei personaggi raffigurati le diverse stagioni dell’anno; altri diverse città con al centro «Florenza». Ma da quando, nel 1893, il padre della critica iconologia Aby Warburg indirizzò l’interpretazione dei personaggi come figure allegoriche che rappresentavano discipline o stati d’animo, si moltiplicarono le letture che cercarono di connettere la scena a una rappresentazione di idee contenute in qualche libro di iconologia. Warburg diede un nome ai personaggi: (da sinistra) Mercurio, le tre Grazie, Cupido, Venere, Flora, Cloris e Zefiro. Seguirono le letture dei suoi allievi Ernst Gombrich (1945), Erwin Panofsky (1961), Edgard Wind (1985)... A esse si aggiunge ora quella del filosofo Giovanni Reale che, in un libro dotato del pregio della chiarezza, è in libreria unitamente a un dvd realizzato da Elisabetta Sgarbi (con fotografia di Elio Bisignani e musiche di Roberto Cacciapaglia) che ne esemplifica artisticamente la lettura. Reale si muove sulla base dell’ermeneutica e della critica iconologia. Riparte dalle recenti interpretazioni di Claudia La Malfa e Claudia Villa, le prime a individuare nelle Nozze di Filologia e Mercurio, un testo del V secolo scritto dal retore Marziano Capella circolante nella Firenze di fine Quattrocento, la fonte principale di Botticelli. Questo testo è una sorta di enciclopedia delle arti liberali (quelle del trivio: grammatica, dialettica, retorica, e quelle del quadrivio: geometria, aritmetica, astronomia e musica), che verrebbero in parte raffigurate dal Botticelli. Questa fonte, però, secondo Reale, è sufficiente per interpretare la metà sinistra del quadro; per l’altra parte Botticelli si sarebbe rifatto anche a Platone e al suo illustre traduttore Marsilio Ficino. Nel complesso, la scena rappresenterebbe il «matrimonio» tra Filologia e Mercurio, insieme con le ancelle Retorica e Poesia ispirata dal demone ficinian-platonico del «divino furore» e nella quale Filologia, Retorica e Poesia sono gravide. Il boschetto in cui è ambientata la scena sarebbe il Giardino di Zeus del Simposio e il primo personaggio da sinistra è ovviamente (per i calzari alati) Mercurio, ed è voltato come il Mercurio retrogrado, poiché ritenuto un pianeta che aveva un moto invertito, mentre fende le nubi con il caduceo e un dito alzato simbolo di trascendenza. Le tre donne che danzano insieme sono le Tre Grazie, che Capella presenta due volte nel libro in connessione alla cerimonia matrimoniale tra Mercurio e Venere. Per Reale non rappresentano, però, le arti liberali, ma tre caratteri: voluttà, castità e bellezza. La donna al centro (di solito Venere) è per Reale la Filologia, promessa sposa di Mercurio. Ciò è determinato nel testo di Capella sulla base di complicati calcoli aritmetici. Con la mano destra indica lo sposo come nel dipinto di Villa Lemmi (sempre di Botticelli) e i suoi calzari di papiro sono per renderla degna agli dei. Quanto a Cupido rappresenta l’amore per la Sapienza che lega Filologia a Mercurio. La donna partoriente ricoperta di fiori non sarebbe Flora o Cloris, bensì l’allegoria della Retorica. Come già individuato da Claudia Villa sulla base di un documento del XII secolo, la Retorica veniva allora allegorizzata a Firenze anche con un velo fiorito (i «flores retorici» dei quali parlano Alberico da Montecassino, Bono Giamboni e Guidotto da Bologna). Inoltre, la donna sembra parlare a chi osserva la tela, e la retorica è proprio l’arte del dire. La coppia di destra, infine, è formata da un demone che ispira una donna, la Poesia. La figura alata, tradizionalmente identificata con Zefiro, è per Reale Eros in forma di demone, come lo presenta Platone nel Simposio. Ma il demone Eros, nell’interpretazione di Ficino (che ai tempi di Botticelli viveva presso i Medici) è il «divin furore» che ispira la poesia. E la forza generatrice del demone è allegorizzata dalla gravidanza delle donne della parte destra del quadro. L’interpretazione di Reale e della Sgarbi, infine, si estende anche ai singoli fiori e alle mele dorate per descrivere i rapporti tra Filologia e Mercurio. «La Primavera» rappresenterebbe dunque l’imporsi della nuova cultura dell’Umanesimo basata su Filologia, Retorica (ancella della prima) e Poesia (nuova ancella) su quella medioevale del Trivio e del Quadrivio, come avvenne a Firenze alla fine Quattrocento. Si tratta di una lettura critica che si aggiunge e trasforma alcune ultime interpretazioni dell’opera e, come tale, è anche una delle più perfezionate, sebbene ci sarebbe anche su questa da porre quesiti: ad esempio, visto che Marziano afferma essere la pronuba preceduta da Concordia, Fedeltà, Pudicizia perché le Tre Grazie non rappresentano questi ma altri stati dell’essere? Per dirla con il filosofo Gadamer, «La Primavera» è una classica opera aperta che «si consegna alla distesa dei tempi». Seguiranno altre impetrazioni dopo di noi e proprio queste ulteriori interrogazioni continueranno a fare di sei metri quadrati di tela dipinta un’opera d’arte apprezzata, che è tale proprio in quanto si sottrae costantemente al pericolo dell’oblio.

Il libro e dvd di Giovanni Reale ed Elisabetta Sgarbi, Le nozze nascoste (Bompiani, pp. 336, euro 37), sarà presentato domani, alle 19, allo Spazio Oberdan (viale Vittorio Veneto 2 Milano) da Enrico Ghezzi e Vittorio Sgarbi.

«Corriere della sera» del 5 dicembre 2007

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