02 ottobre 2007

Le regole mancanti

Relazioni industriali e compiti della politica
di Piero Ichino
L'ultimo numero dell'Espresso sferra un duro attacco contro i sindacati: «L'altra casta» è il titolo di copertina, sotto le immagini dei tre segretari generali di Cgil, Cisl e Uil. Imputazione principale: una ricchezza eccessiva, che verrebbe scorrettamente alimentata con il denaro pubblico. Ma la requisitoria su questo punto non è molto convincente. L'Espresso imputa alle confederazioni maggiori di avere beneficiato, negli anni ' 70, della distribuzione del cospicuo patrimonio immobiliare del disciolto sindacato nazionale fascista; ma non dice a chi mai avrebbe dovuto essere assegnato quel patrimonio, se non agli eredi delle libere associazioni sindacali che nei primi anni ' 20 avevano visto le proprie sedi messe a ferro e a fuoco dagli squadristi in camicia nera ed erano state poi espropriate e soppresse dal regime. Quanto ai contributi pubblici per i servizi resi dai sindacati ai lavoratori, mediante i patronati per le pratiche previdenziali e i Caaf per le dichiarazioni dei redditi, una critica attendibile dovrebbe basarsi su di una valutazione rigorosa del costo e del valore di quei servizi, di cui beneficiano quotidianamente - con un buon grado medio di soddisfazione - milioni di lavoratori (tutt' altro è il discorso sui contributi pubblici per i servizi di formazione professionale, dove gli sprechi sono enormi, ma la responsabilità prioritaria è delle Regioni e il ruolo gestionale dei sindacati è per lo più marginale). Una «questione sindacale» in Italia oggi esiste eccome; ma essa ha ben poco a che vedere con quella del «costo della politica», sollevata da Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo con la loro denuncia contro «la casta». La vera questione sindacale è quella di un sistema di relazioni industriali opaco e vischioso, consolidatosi nell' arco di sessant' anni in contrasto con una norma della Costituzione, l' articolo 39, senza che questo sia mai stato né abrogato né riscritto. Un sistema che favorisce il frazionamento della rappresentanza sindacale, garantendo gli stessi diritti di proclamazione dello sciopero, di assemblea e di permessi retribuiti anche a sindacati cui aderisce meno dell' un per cento dei lavoratori; ma non garantisce affatto un vero pluralismo sindacale: l' assenza di regole sulla rappresentanza e il depotenziamento del patto di tregua - per cui qualsiasi lavoratore può aderire a uno sciopero proclamato anche il giorno dopo la stipulazione del contratto - penalizzano chiunque si proponga di contrapporre un modello di relazioni cooperative a quello tradizionale di relazioni conflittuali, privilegiando di fatto chi è capace di strillare più forte. Gli apparati sindacali centrali vogliono - e questo non sorprende - un sistema fortemente centralizzato, nel quale dunque quasi tutto si decide a un tavolo romano; ma non è chiaro chi abbia titolo per sedere a quel tavolo e in rappresentanza di chi. Ciò comporta alcune anomalie evidenti in sede di concertazione tra governo e sindacati, denunciate lucidamente da Bernardo Mattarella in un altro articolo sull' Espresso, questo sì centrato su di una questione cruciale. Ciò comporta pure che rappresentanze espresse quasi esclusivamente dai lavoratori regolari e dagli imprenditori del Centro-Nord possano negoziare contratti destinati ad applicarsi inderogabilmente su tutto il territorio nazionale, anche se incompatibili con lo sviluppo delle regioni del Sud. Ma sulle sabbie mobili di un diritto sindacale così incompiuto è ben difficile costruire soluzioni alternative. Sarebbe auspicabile che il sistema di relazioni sindacali fosse capace di darsi da sé le regole che oggi mancano. Ma se esso non ne è capace, deve essere il legislatore a farlo. Questo accade in tutti i Paesi civili; non si vede perché non debba accadere anche nel nostro.

«Corriere della Sera» del 9 agosto 2007

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