19 ottobre 2007

E alla fine pensò che non c’era spazio per un Papa attaccato alla macchina

di Luigi Accattoli
«Sarebbe forse meglio che muoia se non posso compiere la missione affidatami»: così si sfoga papa Wojtyla con il vescovo Stanislaw Dziwisz, suo segretario, il giorno di Pasqua del 2005, dopo che si è affacciato alla finestra e ha tracciato sulla città e sul mondo una benedizione muta, non riuscendo a parlare. Era la domenica 27 marzo e sarebbe morto sei giorni dopo, il sabato 2 aprile. La crisi decisiva - con febbre a 39,6° e collasso cardiocircolatorio - è ancora lontana, arriverà poco dopo le 11 di giovedì ma già il Papa ha chiaro in mente che non vuole una sopravvivenza assistita. «Non c’è spazio per un Papa emerito» aveva detto una volta e ora sta rendendosi conto che «non c’è spazio per un Papa attaccato a una macchina». La gravità della propria situazione medica l’aveva scoperta il 23 febbraio, quando una crisi di soffocamento aveva indotto i collaboratori a dargli l’Unzione degli infermi e aveva aiutato i medici a convincerlo della necessità di tornare al Gemelli, che aveva lasciato appena due settimane prima. E’il decimo ricovero da Papa: gli viene praticata una tracheotomia per l’inserimento di una cannula che porti aria ai polmoni. Per una decina di giorni continua ad alimentarsi per bocca, ma ci riesce sempre di meno e sempre più incerti si fanno i suoi progressi con gli esercizi di «fonazione»: cioè per imparare a parlare nonostante la cannula. Dovrebbe - secondo una previsione iniziale - lasciare l’ospedale il 10 marzo ma i medici sono costretti a tenerlo lì ancora per tre giorni essendo divenuta grave la difficoltà di deglutire e dunque di alimentarsi. Già in questa fase finale del ricovero devono ricorrere al sondino nasogastrico per alimentarlo. Porterà il sondino in continuità dal 21 marzo: glielo tolgono quando si affaccia. La notizia che lo sta usando viene data solo il 30 marzo, dopo un’ultima apparizione muta alla finestra. Il «brivido squassante» della crisi che lo porta alla morte, dovuta a un’infezione alle vie urinarie, arriva all’indomani.
«Corriere della sera» del 4 ottobre 2007

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