21 luglio 2007

Evviva. Il buonismo è finito

Risultati della maturità
di Giuseppe Savagnone
I risultati ufficiali ancora non sono stati pubblicati, ma i dati provvisori sono significativi: oltre a quel 4,4% di non ammessi che da solo già aveva superato il numero dei bocciati degli anni scorsi (3,5% nel 2006, 3,3% nel 2005, 3,5% nel 2004), circa un altro 2,5% dei candidati che l'esame di Stato avevano potuto affrontarlo non sono stati promossi. Si aggiunga a ciò la notizia (anch'essa non definitiva) che la media dei voti è scesa da 76 a 73. Dati che, per la loro relativa novità, invitano ad alcune riflessioni.
La prima è che, finalmente, sembra sia tornata in vigore la logica della selezione. Vituperata nel Sessantotto, malvista negli anni successivi, ostacolata in tutti i modi da contestatori, filantropi, ministri (rientrano in questo clima sia la famigerata riforma con cui D'Onofrio cancellò d'un colpo, insieme agli esami di riparazione, la distinzione tra promossi e rimandati, sia l'abolizione dell'ammissione agli esami di Stato da parte di Berlinguer), la selezione dà di nuovo segni di vita, ricordando che non tutte le differenze, a scuola, sono di ordine economico-sociale (e quelle è giusto che vengano superate), ma che ce ne sono anche tra chi vuole studiare e chi no. Un segnale importante, in un sistema scolastico che si era abituato, in questi anni, a un fatale "buonismo", la cui prima vittima è stato il senso dell'impegno e - perché no? - del dovere da parte dei migliori, scoraggiati e disillusi dal generale appiattimento. Ma anche tanti bravi ragazzi che in un clima di maggiore rigore avrebbero dato il meglio di sé, davano invece il peggio, col risultato che, in una scuola dove ci si annoiava, la sola cosa eccitante che restava era di fare i bulli.
Una seconda considerazione, strettamente collegata alla prima, è che forse non bisognerebbe far pagare solo agli studenti un andazzo che li ha illusi di poter tirare avanti senza problemi, e che ha visto co-protagonisti invece tanti altri soggetti. È il momento in cui a interrogarsi dovrebber o essere anche i docenti, che hanno accettato, in pieno accordo coi sindacati, la riduzione del loro ruolo a quello di "commessi" del grande supermarket in cui la scuola si è trasformata; i genitori, che invece di chiedere di più, in termini culturali ed educativi, si sono schierati a difesa dei loro figli, giustificandone non solo la pigrizia, ma a volte anche la maleducazione; i dirigenti scolastici, che, trasformati in manager, non hanno avuto più il tempo e le forze di svolgere le loro funzioni più specificamente culturali ed educative, lasciando vuoto il posto che prima era del preside; i governi, che da un lato hanno avallato e incoraggiato la progressiva sostituzione di un organico e rigoroso lavoro curricolare con la proliferazione selvaggia dei più svariati progetti, dall'altro hanno adottato nei confronti dei docenti quella stessa logica della non-selezione e dell'appiattimento dei migliori che questi praticavano nei confronti degli alunni.
La terza considerazione è che sembra venuto il momento di imprimere alla nostra scuola una svolta che non riguardi solo il momento della valutazione finale ma che, magari sull'onda del trauma di questi ultimi esami, restituisca consistenza all'intero percorso. Da parte dei singoli istituti, si tratterebbe di correggere drasticamente l'interpretazione finora data al principio dell'autonomia, privilegiando quegli aspetti di essa che favoriscono la nascita di vere comunità educanti, in collaborazione con i genitori. Da parte del governo, sarebbe importante la decisione di reinventare in qualche modo la figura del preside (che non ha nulla che vedere con le "funzioni" di recente istituzione) e di introdurre coraggiosamente, all'interno della categoria dei docenti, la deprecata selezione. Da parte dell'opinione pubblica, infine, si richiederebbe la consapevolezza che non basta indignarsi per le disfunzioni della scuola, ma che bisogna impegnarsi tutti a non lasciarla ancora sola.
«Avvenire» del 21 luglio 2007

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