24 aprile 2007

La tv può essere «buona maestra»?

Parla il critico Aldo Grasso:«Siamo sommersi da cattiva qualità e perciò incapaci di cogliere i segnali di novità. Come i telefilm che dimostrano una tensione estetica e ripropongono temi forti propri della letteratura»
Di Elena Nieddu
«Penso a "Lost" e alle domande che pone sulla fede e sulla morte. O a "New York Police Department", con inquadrature indimenticabili sul crollo delle Torri Gemelle»
Adesso si mettono anche i critici a dire che la tv non è così brutta come la si dipinge. La pensa così Aldo Grasso, autore della Storia della tv italiana, professore all'Università Cattolica di Milano e quotidiano delatore, sulle colonne del Corriere della Sera, degli scivoloni del circo catodico. Con un dribbling ubriacante spiazza compagni di squadra (leggasi: gli altri critici) e portiere (leggasi: il pubblico televisivo), e lo fa con eleganza, da giocatore esperto qual è. Con due sole parole, Buona maestra, che accostate e riferite alla tivù compongono il titolo del suo saggio sui telefilm, edito da Mondadori (Strade Blu). Parafrasa la «cattiva maestra televisione» teorizzata da Karl Popper, o meglio quella che del filosofo definisce l'«infelicissima frase» (nonché titolo di un pamphlet) e si dichiara orgoglioso di essere un «telefilo», ovvero un «cinefilo» pentito. Il motivo ha un nome, e si chiama telefilm. Grasso lo definisce senza mezzi termini una forma d'arte, «più importante - si legge nel sottotitolo - del cinema e dei libri». Ma perché mai proprio uno dei critici italiani più ascoltati e temuti spezzi una lancia in favore del piccolo schermo - mentre anche il presidente della Rai Claudio Petruccioli blocca i reality show e ammette implicitamente di non fare tv di qualità - è un mistero che merita di essere sondato.
Professor Grasso perché, dopo il trash che ci rovescia addosso, dobbiamo considerare la tv una buona maestra?
«Il mio è un gioco provocatorio: ormai la tv è diventata, nell'opinione comune, l'origine di tutti i mali. È vero che esiste la cattiva tv, ne siamo sommersi. Ma il punto è che ormai non siamo più capaci di cogliere quello che di buono ha fatto. In realtà non è mai stata così ricca di spunti. Checché ne pensino i nostalgici della tv degli anni '50 e '60».
Perché, cos'aveva che non andava la tv di quegli anni?
«Aveva un lato brutto e uno bello. Il lato brutto: era carente sul lato dell'informazione, era una tv troppo poco aperta».
E il lato positivo?
«Di bello aveva il seme della scoperta. Era come un fiore che stava sbocciando, aveva la capacità di stupire e meravigliare continuamente lo spettatore». Più in profondità: cosa aveva, in più, la tv di allora?
«Una forza dirompente, vulcanica. E un'autorità che non ha mai più recuperato, in quanto era considerata un settore privilegiato dello spettacolo. Oggi, invece, la realtà televisiva è fatta di ore di palinsesto da riempire».
Cos'è successo nel frattempo?
«Una sorta di rivoluzione della tv, che si è disancorata dal mondo dello spettacolo, per passare a "fare il verso" alla vita».
Come nei reality show, che lei nel suo libro definisce gli "hard discount della psicoanalisi". Ma dov'è la sincerità, che sarebbe fondamentale in un rapporto paziente-analista?
«Per questo ho detto "hard discount". In questi negozi non si compra certo roba di prima qualità. Però ognuno può acquistare quello che vuole».
Ancora non si vede il lato buono della tv, però.
«La televisione è una mela spaccata in due. Da un lato c'è il prodotto che fa il verso alla realtà. Dall'altra, c'è una tensione estetica interessante».
Dove, per cortesia?
«Nei telefilm: un genere che esprime vitalità e coraggio, spingendosi a trattare anche argomenti complessi della nostra società attuale, dal senso di solitudine alla morte, dalle relazioni interpersonali alla malattia. Raramente trovo libri così interessanti».
Può fare un esempio?
«Prendiamo Lost. Mette in scena un naufragio, un topos della grande letteratura, con 48 superstiti di un disastro aereo scaraventati su un'isola deserta. Ognuno di loro scappa da qualcosa, da sensi di colpa precedenti, da rapporti finiti male o da crimini commessi in guerra. In questo, nella minaccia viva e continua della morte, esplode una delle lotte fondamentali del nostro tempo: tra il c redere e il non credere, tra la fede e il razionalismo».
Temi forti, dunque, che secondo lei le serie tv trattano meglio dei libri. Infatti lei scrive: «È difficile che un ragazzo affidi le sue pene d'amore a un libro di Jane Austen, ma è probabile che sappia tutto di O.C.». Non le sembra un po' triste?
«Non direi: ogni generazione si forma attraverso media diversi. In passato fonti di formazione sono stati il cinema e i libri. Oggi è difficile che un ragazzino legga Stendhal o Flaubert, quei testi che, ai nostri tempi, erano considerati indispensabili. Il pericolo, certo, è la deriva totale. Ma i temi classici che appartengono alla letteratura tornano ad affiorare nei "teen drama": da Happy Days a Beverly Hills 90210, da Oc a Dawson Creek. Anche i film di Spielberg erano punti di riferimento per gli adolescenti, raccontavano il loro mondo».
Ma non c'è il rischio che i giovani spediscano i libri in cantina?
«Di vero c'è che non leggono più, almeno in questo momento. Ma c'è da dire un'altra cosa: il rapporto con la cultura, attraverso le generazioni, è diventato metamorfico: in poche parole, si veicolano e si recepiscono contenuti sotto forme sempre diverse».
Facciamo un passo indietro, torniamo alla tv buona e cattiva. Buono il telefilm, cattivo il reality show. Buono il testo, cattivo il flusso?
«In realtà, anche il telefilm è flusso, pur essendo di per sé un testo chiuso, perché è inserito in un meccanismo di serialità. Peccato che chi redige i palinsesti, soprattutto in Italia, non tenga conto di questo».
Cioè?
«I programmisti della tv generalista si sono accorti da poco dell'importanza del genere telefilm. Fino a poco tempo fa, il loro carattere seriale non era per nulla esaltato: quando c'era un "buco" nella programmazione infilavano una puntata di una qualsiasi serie, senza collocazione oraria precisa. Oppure, venivano trasmessi tre episodi per volta di un prodo tto che invece è pensato per avere cadenza settimanale. In questo modo, non si dava al telespettatore il tempo di metabolizzare. Ma c'è anche da dire che, ormai, la tv generalista è diventata la terza visione».
E quali sono la prima e la seconda, allora?
«La prima è Internet: con la rete posso andare a cercare anticipazioni sui canali americani. La seconda è il satellite, che ha riportato la precisione negli orari di messa in onda. Accendo la tv e so che vedrò quella serie, quel film a una data ora».
Per concludere: i telefilm sono invincibili?
«Il tallone d'Achille è il cambiamento. Basta l'uscita di scena di un attore, o la sostituzione di un autore, e una macchina perfetta rischia di incepparsi. Come è successo a Lost: le prime due serie sono andate benissimo, la terza negli Stati uniti scricchiola».
Una macchina, diceva
«Sì, che resta accesa 7, 8 mesi, il tempo di una lunga produzione. E in quell'arco di tempo entra nella fiction anche l'attualità. Ad esempio: in una puntata di New York Police Department ci sono due inquadrature sul crollo delle Torri Gemelle, con i pompieri che correvano a soccorrere le vittime. È perché la troupe stava girando in quel momento. Non sarà storia, è vero, ma la tensione estetica è altissima. Sono impressioni che ricorderò per tutta la vita».
«Avvenire» del 18 aprile 2007

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