24 aprile 2007

Gramsci doppia gabbia

Nuovi documenti svelano il ruolo ambiguo dell’amico Sraffa incaricato dal partito di visitarlo in carcere e di fargli digerire le decisioni più amare
di Mirella Serri

E’ un uomo che per la sua condizione di detenuto, non avendo nessun controllo sugli eventi ed essendo del tutto separato dalla sua famiglia, sta certamente vivendo una tragedia... Le angosce interiori causate dall'assenza di lettere da parte di Julija hanno ferito profondamente l'animo di questa persona». Parole dosate con il bilancino, queste contenute nella lettera fino a oggi inedita di Tania Schucht. Ma ben rivelano la sofferta condizione di carcerato del regime di Mussolini in cui si trovava il cognato, Antonio Gramsci, sottoposto nella sua corrispondenza a un doppio sguardo occhiuto: della censura in camicia nera e di quella con falce e martello.
Lo sguardo censorio e spione sul capo carismatico del Pcd'I si esercitò non solo attraverso mille pressioni sui famigliari come la moglie Giulia, che risiedeva in Unione Sovietica, ma anche tramite inaspettati mediatori: come l'economista Piero Sraffa, per decenni considerato il più «grande amico», l’affettuoso confidente nel periodo dell'atroce agonia vissuta dietro le sbarre. A offrirci queste rivelazioni sull'ambiguo ruolo dell’uomo delegato a tenere i contatti fra il prigioniero e Togliatti è la dettagliata ricostruzione di Angelo Antonio Rossi e Giuseppe Vacca in Gramsci tra Mussolini e Stalin (ed. Fazi). Attraverso una ricca messe di documenti mai pubblicati, i due studiosi rimettono a posto tanti tasselli nell'intreccio di delatori e inquietanti intermediari che si occuparono dell’autore dei Quaderni del carcere, di cui il 27 aprile ricorrono i 70 anni dalla morte.
Sraffa, il taciturno e riservato bibliotecario del King's College di Cambridge, lo studioso di Marx e di Keynes, è stato per molto tempo personalità assai misteriosa, inavvicinabile e parca di dichiarazioni. Nipote di Mariano D'Amelio, presidente della Corte di Cassazione, figlio di un pezzo grosso della massoneria e della Banca Commerciale, si era fatto benvolere dai bolscevichi italiani «offrendo», come ricorda Gramsci, «molto materiale su questioni riservate attinto al dossier di suo padre». Vacca stesso racconta di come, approdato a Mosca per studiare gli archivi del Comintern, abbia trovato completamente vuoto il faldone che avrebbe dovuto contenere l'incartamento dedicato all'economista. Qualcuno aveva voluto mantenere assolutamente celato il ruolo politico di Sraffa. Dalle lettere inedite di Tania appare oggi il suo vero gioco. Fu un militante occulto del Pcd’I. Ed ebbe un compito istituzionale: teneva i fili che collegavano Gramsci al partito e li manovrava accortamente facendogli «digerire» le decisioni più amare.
Dopo l'arresto avvenuto nel 1926, quando il quadro delle trame occulte si infittiva, il creatore dell’Ordine nuovo scelse perfino di parlare in codice, citando Dante e Croce, per andare oltre il controllo dei suoi aguzzini ma anche per attaccare Togliatti e Stalin. Sono gli anni in cui Mussolini e il successore di Lenin sanno di avere in Gramsci - finito nel novero degli antagonisti del dittatore sovietico per averlo criticato - una preziosa merce di scambio. Il duce era interessato a una trattativa per liberarsi di un prigioniero assai scomodo ma il Piccolo Padre sovietico se lo giocava come una pallina su un tavolo da ping-pong, cercando di rinviare un'eventuale scarcerazione.
Nel frattempo cresceva la «rete» - ma sarebbe meglio dire il muro - che separava Gramsci da ogni contatto con il mondo esterno. Giulia, la moglie, era stata arruolata nei ranghi dell’Nkvd e proprio in quanto facente parte del feroce apparato di polizia sovietico era sottoposta a vincoli severissimi. Tania, che aveva il permesso di visitare il detenuto, a volte si comportava in modo per Gramsci avventato e superficiale. Restava Sraffa, l'«amico», che aveva aperto un conto in libreria per Gramsci perché potesse avere tutti i volumi che desiderava. Toccava, però, proprio a lui l'amara incombenza di giustificare le lungaggini decisionali, le incertezze - difficile dire se intenzionali o meno - che il partito opponeva a ogni necessità di Gramsci e che condizionarono ferocemente la sorte del leader, persino quando si ritrovò gravemente ammalato. La richiesta del ricovero in una casa di cura, passata attraverso i filtri di Sraffa e di Togliatti, subirà tante lentezze da condurlo rapidamente alla morte.
Gramsci lucidamente aveva capito assai presto la sua condizione. Era finito rinchiuso in una doppia gabbia. «Io sono sottoposto a vari regimi carcerari» aveva scritto in una lettera a Tania. «C'è il regime carcerario costituito dalle quattro mura, dalla grata, dalla bocca di lupo \. Quello che da me non era stato preventivato era l'altro carcere \. Potevo preventivare i colpi degli avversari che combattevo ma non potevo preventivare che dei colpi sarebbero arrivati da altre parti».
A 70 ANNI DALLA MORTE
Antonio Gramsci nasce il 22 gennaio 1891 ad Ales, in Sardegna. A tre anni, per una caduta, inizia a soffrire di una malformazione alla schiena che non lo abbandonerà più.

27 ottobre 1911
Vince una borsa di studio al Collegio Carlo Alberto di Torino, dove studia Lettere e Filosofia, si iscrive al Partito Socialista e si dedica all’attività giornalistica.

1° maggio 1919
Esce il primo numero dell’Ordine nuovo: Gramsci è il segretario di redazione e l’animatore della rivista, schierata su posizioni operaiste e polemiche con il socialismo riformista.

21 gennaio 1921
Fondazione del Partito comunista. Gramsci fa parte del Comitato centrale. In missione a Mosca, conosce e sposa nel ‘23 Giulia Schucht, da cui avrà due figli: Delio e Giuliano.

12 maggio 1924
Eletto deputato, siede in Parlamento. Terrà il suo primo e unico discorso il 26 maggio 1925.

8 novembre 1926
Viene arrestato e, il 4 giugno ‘28, condannato a vent’anni di carcere.
«La Stampa» del 24 aprile 2007

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