14 febbraio 2007

Se per la Chiesa cattolica Lino Banfi diventa il simbolo della sconfitta

di Pierluigi Battista
L’«Osservatore Romano» contro Lino Banfi. E solo qualche giorno prima l’«Osservatore Romano» contro Pippo Baudo. E pochi mesi prima il Vaticano contro la (blanda) satira di Luciana Littizzetto, Fiorello, Maurizio Crozza. È solo una stravagante catena di coincidenze questo accanirsi contro l’effimero da parte di chi dovrebbe occuparsi dell’eterno, questo improvviso irrompere del caduco televisivo, dei simulacri della fiction, delle figurine profane dell’intrattenimento di massa nelle parole di chi, animato da un’incrollabile fede, si suppone custodisca piuttosto le ragioni di una saldezza millenaria, forte di un’invidiabile frequentazione con gli interrogativi primi e ultimi della vita e della morte? O invece è il segnale di un’angoscia sottile ma pervasiva, l’emergere nell’universo cattolico di un nuovo e inedito «contemptus mundi» che induce chi ne è vittima a una severità smisurata e sproporzionata, a una sorprendente ipersuscettibilità nei confronti di innocue, banalissime performances televisive? Come se nella Chiesa cattolica fosse maturata nel tempo una sorda ostilità nei confronti dello Spirito del mondo che, non più in grado di incarnarsi nelle vesti del Napoleone ammirato da Hegel, decide di indossare gli abiti di scena di Lino Banfi. Un’avversione per uno stile di vita che non si ribella all’irruzione di un gay nel placido snodarsi di un serial televisivo da prima serata. Un sospetto sempre più amaro e iracondo per lo sgretolarsi repentino, persino nella rappresentazione delle scene di vita quotidiana racchiusa in un format tv familiare e familistico, del mondo ancorato alla tradizione, non minato dalle tentazioni subdolamente dissolvitrici della modernità. Famiglie multiple, figlie lesbiche, rapporti prematrimoniali, uso di contraccettivi, coppie di fatto: tutte manifestazioni di un costume diffuso, di un edonismo sommesso ma pericoloso, specchio di una mentalità dilagante, di comportamenti oramai penetrati nella sfera dell’ovvio e dello scontato. I nemici del mondo di ieri sono radunati qui, nella finzione televisiva che raffigura ciò che un tempo era normale come un residuo inerte del passato, qualcosa di scipito e di incolore. La tentazione diabolica non sta più nella grande e superba trasgressione, nella disobbedienza temeraria agli imperativi dell’ortodossia e dell’ordine, ma nelle forme dimesse di una famiglia che va in frantumi per noia ed estenuazione. Non il Grande Satana, ma Banfi e Baudo. Non più chi dichiara guerra a Dio, ma vive tranquillamente come se Dio non esistesse: dalla ribellione al nichilismo soffice e light. I laicisti possono placare le loro ansie. Il giornale vaticano che si scaglia contro i comici e Lino Banfi non sta costruendo una nuova egemonia cattolica sull’Italia orfana delle ideologie e dei pensieri forti. Non sta esercitando la sua indebita e perennemente vituperata «ingerenza» negli affari di una comunità aconfessionale. Registra invece l’amarezza di una sconfitta, di un liquefarsi del richiamo religioso di un mondo secolarizzato che non vince con la guerra frontale alla tradizione, ma con la lamentosa richiesta di una pensione di reversibilità, che invoca Pippo Baudo come vindice di una presunta laicità calpestata, che non riesce più a comprendere il perché di tanta arcigna severità nella parole del clero e della Chiesa in un ambito di comportamenti in cui l’esortazione alla rinuncia appare come un messaggio polveroso, irritante, irrimediabilmente vecchio. Tra Banfi e l’«Osservatore Romano», destinato alla sconfitta appare proprio il giornale vaticano: fine malinconica di un’«ingerenza» culturale battuta dalle icone della fiction popolare.
«Corriere della sera» del 12 febbraio 2007

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