17 gennaio 2007

Il fascino discreto dell'orrore

di Antonio Scurati
Ci risiamo: è di nuovo tempo di orrori, è di nuovo tempo di saldi. In questo primaverile gennaio la nostra vita trascorre placidamente tra le frenesie diurne dello shopping e i brividi notturni di sgozzamenti mediatici. Di giorno mariniamo l'ufficio per correre ad accaparrarci un pulloverino di cachemire a prezzi di liquidazione, la sera ci precipitiamo davanti alla tv a vedere Bruno Vespa che, puntando una bacchetta da meteorologo sulle vignette della strage di Erba, torna a bamboleggiare con l'orrore. Le due cose, per quanto ci disturbi ammetterlo, sono collegate. Lo shopping compulsivo e il consumo di oscenità mediatiche sono i due poli di oscillazione di una vita, la nostra, che, come scrisse Susan Sontag già quarant'anni or sono, pendola di continuo tra due prospettive egualmente spaventose, anche se apparentemente contrapposte: la banalità ininterrotta e un terrore inconcepibile.
La vita moderna ci fornisce innumerevoli opportunità per guardare a distanza il dolore degli altri ma, ammoniva Sontag, si possono fare molti usi diversi di queste opportunità. L'immagine di una medesima atrocità può suscitare reazioni opposte, indignazione, giubilo, ripulsa, attrazione, perfino la catarsi tragica che sublima le nostre passioni di pietà e terrore. O anche nessuna reazione. L'immagine dell'orrore che punta tutto sui valori spettacolari a discapito di quelli informativi (il caso di Erba è poverissimo di valore informativo in quanto crimine di scarsa rilevanza sociale), non genera emozioni catartiche di pietà e terrore ma di compiaciuta eccitazione morbosa. L'antica tragedia greca raccontava di delitti efferati ma, al fine di suscitare nel pubblico l'identificazione con i tratti universalmente umani dei suoi sciagurati personaggi, e dunque la pietà e il terrore, si proibiva di rappresentare sulla scena l'atto stesso della violenza omicida. Al contrario, il pubblico odierno cerca proprio l'osceno. Chiediamoci: quanti di noi si sono veramente terrorizzati e commossi (le due cose assieme) vedendo la minuziosa ricostruzione visuale della strage di Erba? La verità, ci ripugna ammetterlo, è che traiamo piacere da questi spettacoli. Una verità ovvia e inammissibile. La verità, come scrive J. G. Ballard, nel suo ultimo romanzo, Il regno a venire, è che «i quartieri residenziali sognano la violenza. Addormentati nelle loro sonnacchiose villette, protetti dai benevoli centri commerciali, aspettano pazienti l'arrivo di incubi che li facciano risvegliare in un mondo più carico di passione». La verità è che il nostro benessere filtrato dalla vendita di automobili, elettrodomestici e pacchetti vacanze ci ha viziati, che «siamo cittadini di centri commerciali, dei porticcioli, di Internet e della tv via cavo», che quando è il consumismo a darci la misura dei nostri valori le chiese si svuotano, la politica si riduce a caos e la democrazia all'erogazione di un servizio pubblico come il gas e la luce, la verità è che tutto questo confort ci piace ma dopo una vita di shopping ci si annoia, ci si sente vacui. E allora ci si scopre a provare un inconfessabile compiacimento per il crimine, a eccitarsi per il delitto come per «una delle poche cose che può ridare energia alle nostre vite». L'anchorman della nostra falsa primavera, con la sua bacchetta da meteorologo puntata sull'orrore, al pari dell'imbonitore televisivo del romanzo di Ballard, è «l'uomo senza un messaggio che ha trovato il suo deserto». Il suo deserto siamo noi.
«La Stampa» del 14 gennaio 2006

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