07 dicembre 2006

Il linguaggio dei gesti

Le origini dei comportamenti
di Gillo Dorfles
Esiste una spiegazione scientifica della volontà di imitare

Perché accade che, vedendo ridere qualcuno, anche noi, involontariamente atteggiamo il nostro volto al sorriso? E perché il bambino, già nei primi mesi, ripete dei gesti o delle mimiche che vede compiere dagli altri? Ma accade anche che, vedendo qualcuno che sbadiglia, ci venga fatto, a nostra volta, di sbadigliare. Una situazione, questa, che si attribuisce a «empatia», dunque a una immedesimazione con il «pathos» altrui. Ebbene, queste situazioni mimetiche sono molto prossime a quel fenomeno - ormai divenuto ben noto anche attraverso un articolo di Edoardo Boncinelli sul «Corriere» - che viene giustificato dalla presenza, in un’area motoria della nostra corteccia vertebrale, di neuroni-specchio, di cellule nervose che si attivano, non solo per colui che ha compiuto un atto motorio, ma anche in chi osserva questo atto; dunque come se lui stesso lo avesse a sua volta compiuto. Questa importantissima scoperta, dovuta a un’équipe di studiosi dell’Università di Padova sotto la guida di Giacomo Rizzolatti (e di collaboratori come Vittorio Gallese, Luciano Fadigà) può avere importantissimi sviluppi, non solo dal punto di vista neurologico, ma anche perché può giustificare il fatto che ci si possa rendere conto di quanto il nostro prossimo faccia, pensi, o «senta», fino al punto di poter prospettare in futuro - cosa del resto già parzialmente esperita - una vera e propria «lettura del pensiero», una comprensione degli stati d’animo altrui e forse anche delle «intenzioni» del prossimo (benevole o malevole che siano). Come si vede la scoperta non è di poco conto e potrà avere imprevedibili sviluppi. Non intendo certo addentrarmi più oltre nei labirinti «sinaptici» che stanno alla base di tali fenomeni, ma quello che mi preme maggiormente di accennare per allargare il tema di queste osservazioni, fuori dalle rotaie fisioneurologiche ma tenendo conto di quella che forse è una delle caratteristiche più evidenti della mentalità umana, è: possiamo considerare la specularità di alcuni neuroni corticali come l’equivalente di quanto l’uomo ha sempre perseguito? Credo che lo si possa davvero ipotizzare. Se l’uomo si è sforzato, sin dai graffiti aurignaziani, o dalle caverne di Altamira, a realizzare un’immagine speculare - mimetica - di tutto quanto lo circondava, lo ossessionava, o lo attraversa, questo può significare che, proprio in base alla presenza delle sue particolari strutture neuroniche l’uomo presenti, alla base della sua evoluzione cognitiva (ma anche emotiva, patetica), una caratteristica fisiologica che gli «imponga» (anche del tutto inconsapevolmente) la mimesi. Mimesi non solo limitata alla componente neurospeculare di cui sopra, ma estesa a tutta quanta la vicenda storico-antropologica - dunque anche estetica - dell’umanità. Ma, se la specularità e la mimesi sono o possono essere alla base della grande avventura - artistica e culturale - dell’umanità (e non è il caso, qui, di affrontare l’altro grave problema del successivo abbandono - anzi solenne divieto - d’ogni imitazione figurativa da parte delle culture iconoclaste), quello che per altro va considerato è come la specularità in linea generale giustifichi o possa giustificare anche l’essere succube dell’uomo di questa sua attitudine mimetica, di cui ho tracciato i vantaggi ma di cui credo si possano discernere altresì gli svantaggi. Se, infatti, l’imitazione spontanea degli atti altrui può rappresentare una straordinaria occasione per l’apprendimento degli atti corporei e delle reazioni emotive a partire (come si è visto) dalla prima infanzia, è anche vero che la stessa può chiarire tutti gli effetti negativi indotti dalla stessa. E questo, oltretutto, spiega come - al di là di ogni reale o presunta motivazione genetica, etnica, ancestrale - quello che vale di più a determinare il comportamento, il modo di parlare, di gesticolare e persino di atteggiare la propria mimica, dipende soprattutto dalla specularità dei succitati neuroni. I quali compiono il loro «dovere» a dispetto d’ogni eventuale volontà contraria del soggetto. Perché - ed è qui forse il vero punto dolente -: buona parte del nostro modo di comportarci, di sorridere, di manifestare il nostro assenso, disprezzo, dolore, ci viene ammannito, non tanto da eredità familiari, quanto dai primi individui di cui - involontariamente e inconsapevolmente - abbiamo imitato (specularmente) il comportamento, sotto la dispotica tutela dei neuroni-specchio, o Spiegelneuronen (citati in tedesco rendono più convincente la nostra ipotesi!).
«Corriere della sera» del 27 novembre 2006

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