08 novembre 2006

Mostruoso ma vero: «Uccidiamo i bimbi disabili»

La proposta dei ginecologi inglesi
Eugenia Roccella
Già il titolo dell'articolo è un colpo allo stomaco: «Lasciateci uccidere i bambini disabili». Lo chiedeva domenica, dalle colonne del Sunday Times, l'associazione dei ginecologi inglesi, il prestigioso Royal College of Obstetricians and Gynaecology. La proposta si innesta su un ragionamento paradossale, che parte da una constatazione condivisibile: in Gran Bretagna si fanno troppi aborti tardivi, ed è urgente una strategia per limitarli. Cosa fare, allora? Chiedere più aiuti per le famiglie? Più strutture di assistenza per i piccoli con gravi problemi fisici o psichici? Una legge che vieti la barbara pratica dell'aborto a gravidanza avanzata? No, la soluzione individuata dai medici è la più radicale e sorprendente: l'eutanasia attiva. Se una donna fin dall'inizio sa che in caso di disabilità il neonato si può sopprimere, forse sarà incoraggiata a rischiare, e a portare avanti una gravidanza non del tutto sicura.
Non si tratta di una trovata giornalistica, di un dibattito che si esaurisce sulla carta stampata. Il Royal College ha fatto passi concreti perché il tema sia discusso ufficialmente, inserendolo in un'inchiesta sui problemi etici che riguardano gli interventi per la sopravvivenza dei neonati. Naturalmente Pieter Sauer, uno degli estensori del protocollo di Groningen - il testo con cui si sono stabilite le nuove linee guida per l'eutanasia neonatale in Olanda - offre il suo entusiastico sostegno alla proposta dei medici inglesi.
In questo panorama desolato è confortante che una delle voci che si sono levate contro la legalizzazione dell'eutanasia infantile per i disabili venga da qualcuno che è quotidianamente a contatto con i piccoli che lottano per sopravvivere, il neonatologo John Wyatt: «Introdurre la possibilità di uccidere intenzionalmente un malato snatura il senso della cura medica. Se un dottore stabilisce chi deve vivere, la medicina si trasforma in una forma di ingegneria sociale, il cui scopo è massimizzare i benefici per la società, e minim izzarli per coloro la cui vita è giudicata priva di valore». L'argomentazione più agghiacciante a sostegno del Royal College la adopera John Harris, docente di bioetica (ma possiamo ancora chiamarla così?) alla Manchester University. Poiché in Inghilterra l'eutanasia non è legale, ma l'aborto negli ultimi mesi di gravidanza sì, il professore si chiede cosa mai accada di straordinario nel momento del passaggio dall'interno all'esterno del grembo materno: il bimbo è sempre quello, perfettamente formato, dunque se lo si può uccidere prima, lo si può fare anche dopo. Su quanto tempo dopo, Harris non si pronuncia. Ma è evidente che con simili criteri la barriera potrebbe essere spostata in modo illimitato. All'interno di un quadro etico così concepito, la vita non è che un valore incerto, totalmente affidato alle opinioni, e basta estendere il parametro adottato per concludere che un essere umano, in particolare se disabile, possa essere eliminato in qualunque momento. Perché no? Come afferma il professor Harris, perché un momento prima si può e il momento successivo non più?
Coraggio: stiamo entrando nel terrorizzante universo descritto in un vecchio racconto fantascientifico di Philip Dick, Le pre-persone, in cui l'autore immaginava una società in cui i bambini erano considerati pienamente persone solo quando in grado di risolvere un'equazione algebrica. Solo allora entravano nel cerchio privilegiato di coloro la cui esistenza ha valore sociale.
«Avvenire» del 7 novembre 2006

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