30 novembre 2006

L’universo non va a caso

Siamo solo animali. Tutt’altro, il genere umano è l’unico a darsi da se stesso i propri scopi...La teoria del «disegno intelligente» ripropone l’antico dibattito filosofico e scientifico: la natura ha un senso? Ma la posta in gioco non è più solo teorica, tocca i versanti della bioetica e la morale sociale.
Un fisiologo e un teologo a confronto

Tanzella-Nitti: il mondo segue una freccia che indica Dio

«Evoluzione e finalismo possono andare di pari passo, ma pare che tale accordo disturbi più d’uno»

Gli scienziati possono scoprire una finalità nella natura? O è soltanto una questione filosofica? Per Giuseppe Tanzella-Nitti, teologo della Pontificia Università della Santa Croce di Roma, si tratta di una domanda che nessuno può più ignorare. «Nell'universo, sia fisico che biologico, sembra notarsi un certo finalismo. Il tempo ha una direzione precisa, che chiamiamo "freccia del tempo". Gli elementi chimici originatisi nella prima espansione dell'universo si sono poi gradualmente trasformati, nel cuore delle stelle, in elementi via via più pesanti. Sono sorte strutture complesse e organizzate, tra cui i pianeti. Qualcosa del genere è avvenuto per la vita. Dagli organismi unicellulari (unici abitanti del pianeta, per 2 miliardi di anni) si è passati a forme di vita sempre più evolute; poi dai mammiferi all'uomo. Un osservatore "dall'esterno" si chiederebbe se qualche "freccia" ignota stia indicando la direzione verso cui tutto procede…».
La domanda è oggi di stringente attualità, dopo la vivace disputa fra evoluzionismo darwinista e «disegno intelligente» o principio antropico (che considera l'universo fatto su misura per l'uomo).
«Fin da quando ha alzato lo sguardo verso il cielo, l'uomo si è chiesto se si trova nell'universo per puro caso, "gettato lì dentro" come direbbe Martin Heidegger, oppure se la sua presenza ha un fine. Dal modo in cui rispondiamo dipendono cose assai importanti. Perciò ne discutiamo sempre con passione».
Dietro c'è la domanda sul futuro di ognuno, cioè su Dio.
«Purtroppo, non mancano gli equivoci. Prendiamo il dibattito fra darwinismo e intelligent design. C'è un intelligent design reclamato dai biologi che ritengono i meccanismi darwiniani insufficienti a spiegare la complicata morfologia del mondo vivente. Per loro il termine "intelligente" è in fondo una metafora: lo scienziato non può dedurre, solo con il metodo empirico, l'esistenza di una finalità intelligente… C'è poi un "disegno intelligente" che appartiene al pensiero teologico, e vuole indicare che il mondo è frutto del progetto di un Creatore, fonte di intelligenza ma anche di amore».
Non sono risposte puramente filosofico-dottrinarie, coinvolgono la vita di tutti i giorni.
«La posta in gioco è notevole. L'uomo è solo un "animale", risultato di una cieca evoluzione biologica, o almeno un "animale razionale" come sostiene Aristotele? Ne discendono scelte epocali: dalla bioetica alla tecnologia, dalle leggi al giudizio sui comportamenti individuali e sociali. In questo senso, orientare il dibattito sull'evoluzione in favore di una posizione o di un'altra, a sostegno del caso o della finalità, può diventare strumentale per il raggiungimento dei propri scopi. Per questo, è fondamentale chiarire quali siano le competenze della scienza e quali quelle della filosofia, che cosa appartiene alla serena analisi dei fenomeni e che cosa, invece, all'ideologia».
Quale contributo può offrire la teologia cristiana?
«Può spiegare che finalismo ed evoluzione non si contraddicono, anzi possono andare di pari passo. Ma sembra che quest'accordo disturbi più d'uno. Se infatti si presenta l'evoluzione biologica come contraria all'idea della creazione, allora si è riusciti a sbarazzarsi del Creatore, la cui presenza resta sempre troppo ingombrante per qualcuno. E se non esiste un Creatore, l'uomo può fare ciò che vuole senza ascoltare nessuno, neanche la coscienza. Ma solo la parola di Dio ci rivela perché in questo mondo sono comparso "proprio io", e ciascuno di noi. Scelti prima della creazione del mondo, creati figli nel Figlio. Il segreto della finalità nella natura è tutto qui».
Keller: l’uomo sa fare progetti, questo prova che esiste un fine

«In tutti i processi della vita l’orientamento spontaneo verso uno scopo appare netto e irreversibile»
«C'è una finalità nella natura. E va cercata al livello più elevato, nell’attività mentale dell’uomo, il quale si crea i propri fini ed è in grado di proiettarli nel futuro. L’uomo è l’unico essere vivente ad avere progetti». Flavio Keller, ordinario di Fisiologia all’Università Campus Biomedico di Roma, nella capacità di progettare vede la caratteristica dell’uomo e la prova principale della finalità che percorre il reale.
Secondo il principio antropico, adottato dai fisici, nell’Universo esistevano le condizioni per rendere possibile la vita umana sulla Terra. Ma questo principio – a quanto sembra di capire – non esprime al massimo la peculiarità dell’uomo.
«Quel principio dà risalto alle costanti fisico-astronomiche che permettono la vita sulla Terra. Ma la finalità nella natura è un concetto più elevato e complesso. In tutti i principali processi biologici, dall’embriogenesi all’accrescimento, fino all’acquisto delle capacità cognitive, l’orientamento verso un fine appare netto. Pensiamo ai processi di autorganizzazione di automi cellulari. Ha fatto passi da gigante l’analisi fisico-matematica di questi processi di autopoiesi. Un ruolo-chiave ha avuto Ilya Prigogine: ha scoperto che in un sistema aperto che comunica con l’esterno esistono nicchie ordinate che non sono un risultato del caso ma di una struttura spontanea. La forza del caso viene imbrigliata in un piano di costruzione per cui dallo zigote umano esce sempre soltanto un uomo e dallo zigote di un cavallo esce un cavallo. Al convegno spiegherò che la finalità non va cercata a un livello troppo basso o banale».
Il mondo attendeva la presenza intelligente dell’uomo?
«L’uomo è capace di collaborare e negoziare con i suoi simili per realizzare i suoi progetti. Che sono plastici, si adeguano ai suggerimenti, possono essere inseriti in progetti più ampi. Invece la diga costruita dal castoro, la sofisticata tela congegnata dal r agno non sono progetti. Sono frutto di capacità limitate. Nella natura l’uomo è l’unico a non subire fini imposti; se li crea liberamente. E non da solo, come una monade, ma dando vita alle società umane».
La tendenza della natura a favorire l’uomo diventa più chiara con la fisica quantistica?
«I positivisti trovarono un ostacolo già nella termodinamica. Ormai non erano più sostenibili le equazioni newtoniane, perfettamente reversibili. Il processo della vita è irreversibile. È impossibile ripercorrere a ritroso i passaggi che portano dallo zigote, la cellula originaria, fino all’organismo adulto differenziato».
Progettando, l’uomo costruisce una scienza che, secondo alcuni, rende inutile Dio.
«Allora è ben povero il concetto che si ha di Dio».
Si riferisce al Dio «orologiaio»?
«Al vecchio modello di Dio, che non è quello cristiano. Nonostante il caso, è evidente il movimento in una determinata direzione. Si sono create le condizioni perchè l’uomo possa agire con la sua libertà all’interno della natura. In un universo governato da un Dio "orologiaio", non ci sarebbe posto per la libertà. Facciamo un esempio classico: Tizio vuole che Caio e Sempronio s’incontrino ma pensino che l’incontro sia fortuito. Tizio prega Caio di andare al mercato a comprargli delle arance. E subito dopo, separatamente, chiede la stessa cosa a Sempronio. I due, quando si vedono, crederanno che il loro incontro sia casuale. Certi eventi appaiono casuali a un certo livello, ma a un livello superiore risultano frutto di un’intenzione».
Avvenire del 30 novembre 2006

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