22 settembre 2006

Un italiano su due non vuol saperne di leggere

di Caterina Soffici
«Sempre in questi bellissimi convegni a dirsi sempre le stesse cose». Ironizza Luca Cordero di Montezemolo, presidente degli industriali italiani, invitato a dire la sua in un convito dal nome altisonante, gli Stati generali dell’Editoria, luogo dove si dibatte di come un Paese che vende più libri è più competitivo di uno che non ne vende. I dati, sebbene abbastanza scontati, vanno oltre ogni più grigia previsione. Se la Calabria avesse avuto negli Anni Settanta il tasso di lettura della Liguria, oggi avrebbe una produttività del lavoro di 50 punti maggiore. Perché, cifre alla mano, gli editori dimostrano che «la cultura vale oro» (secondo una ricerca sul ritorno economico della lettura a firma di Antonello Scorci e Edoardo Gaffeo).
Si parla di come incentivare la lettura in Italia e anche qui c’è un leitmotiv, di anno in anno e di convegno in convegno: l’Italia è il fanalino di coda in Europa. Si scopre per esempio che il 57,7 per cento degli italiani non ha letto neppure un libro nel 2005 e che soltanto il 45,8 per cento dei dirigenti, imprenditori e liberi professionisti dichiara di averne letto almeno uno (siamo a oltre 35-40 punti percentuali da Francia e Germania). Oppure che solo l’11,9 per cento dei giovani in cerca di prima occupazione legge libri per migliorare la propria preparazione professionale e quindi le chance di trovare un posto. E se facciamo un confronto sulle spese degli italiani il concetto è ancora più chiaro: un italiano spende 64,95 euro l’anno per acquistare libri di ogni genere e in ogni canale (inclusi quelli scolastici), cifra che equivale a una cena in trattoria per due, contro i 208,75 euro l’anno di un norvegese.
Quindi? Quindi gli editori si ritrovano ogni tanto e si lamentano e si interrogano sul che fare per aumentare gli indici di lettura in Italia. Gian Arturo Ferrari, vicepresidente dell’Aie, legge altri dati: l’Italia è il sesto mercato del libro al mondo, ma è tra i Paesi dove la lettura è più debole. Il problema non è solo vendere i libri, ma anche farli leggere a chi li compra. Tra le cifre più interessanti quelle relative alla lettura dei bambini e dei ragazzi (non ci dovrebbe essere bisogno di ricordare che saranno i lettori del futuro): il mercato italiano di questo settore è un quarto di quello francese. Il che vuol dire che i ragazzini italiani non leggono. E questo forse è uno dei dati peggiori fra i tanti snocciolati in una giornata di interventi che ha visto alternarsi editori, politici ed esperti di economia. Alla fine della fiera, gli editori chiedono al governo un impegno concreto. Ferrari lancia una «Campagna nazionale per la lettura», sul modello della britannica National Reading Compaign, un trust finanziato in parte con fondi statali, in parte attraverso fund raising. Gli editori, insieme ai librai, si impegnano a cacciare i soldi a patto che anche lo Stato metta mano al portafoglio. In Italia la spesa pubblica per incentivare la lettura è pari a zero, contro i 20 milioni di euro dell’Inghilterra, gli 8 della Spagna e i 12 della Francia. «Sugli obiettivi non si trova mai nessuno che non sia d’accordo», dice il presidente dell’Aie, Federico Motta.
I rappresentanti del governo presenti rispondono ovviamente che faranno di tutto e di più (prima per bocca del ministro Fabio Mussi, poi del sottosegretario con delega all’editoria Ricardo Franco Levi: già 10 milioni di euro sono pronti). Vedremo. Intanto, nel nostro piccolo, suggeriamo una campagna televisiva con testimonial d’eccezione: Valentino Rossi, Mara Carfagna, Elisabetta Gregoraci e Silvio Muccino. Se l’ha fatto Rino Gattuso per Panorama, perché non provare con loro?
«Il Giornale» del 22 settembre 2006

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