15 giugno 2006

Guernica, ultimo dipinto politico: poi l’arte non influenzò più nulla

A 125 anni dalla nascita del maestro, un libro racconta come la sua opera condizionò anche le decisioni dell’Onu
di Pierluigi Panza
Racconta lo storico dell’arte Gijs van Hensbergen che alla fine di gennaio 2003 l’arazzo che riproduce il Guernica appeso nel corridoio che porta alla Sala del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite venne fatto coprire con telo blu. Ufficialmente, spiegò il portavoce dell’Onu Fred Eckhard, solo per avere uno sfondo più adatto alle riprese delle telecamere. Sta di fatto che, pochi giorni dopo, il 5 febbraio, il segretario di Stato Colin Powell e il direttore della Cia George Tenet si presentarono al Consiglio di sicurezza chiedendo di approvare un intervento militare in Iraq. E la vista del Guernica, forse, poteva disturbare. Il rappresentante dell’Australia, Laurie Breton, si accorse dell’operazione, e ne accennò nel suo intervento: «É forse vero che viviamo nell’era delle cosiddette bombe intelligenti - disse - ma l’orrore che resta sul campo sarà esattamente identico a quello che colpì gli abitanti di Guernica E su questo non sarà possibile calare un velo». Gli Usa non ottennero l’appoggio dell’Onu e in marzo bonbardarono l’Iraq. Anni prima, il Guernica era stato utilizzato, al contrario, per sostenere l’intervento militare nella ex Jugoslavia. Il 23 settembre 1998 il senatore John McCain aveva evocato in senato la tela: «Il presidente ha esibito al palazzo delle Nazioni Unite il famoso e inquietante Guernica di Picasso. Quell’opera era simbolo per l’artista della carneficina, della sofferenza umana in proporzioni enormi Forse è troppo astratta per quei paesi delle Nazioni Unite che si oppongono all’uso della forza per mettere fine alle atrocità diventate simbolo della ex Jugoslavia». Ma gli Usa ottennero solo il consenso della Nato. Uno dei dati che emerge dal libro di van Hensbergen, Guernica. Biografia di un’icona del Novecento (il Saggiatore, pp.382, 22) è che la grande tela dipinta nel ‘37 da Picasso in risposta al bombardamento sulla città basca, sia stata l’ultima opera pittorica capace di esercitare un’influenza politica. Dopo il ‘37, le tragedie non sono mancate. Ultima quella dell’11 Settembre. Eppure pare che nessun artista sia riuscito a fissare con tanta efficacia sulla tela una denuncia. Su Bin Laden e l’11 Settembre, ad esempio, si rintracciano poche opere: un ritratto di «Osama nelle vesti di Napoleone» di Max Emadi e qualche elaborazione da immagine fotografica di artisti americani sulle Twin Towers. Vuol dire che non c’è più fiducia nell’arte figurativa come strumento di denuncia politica? «Dopo il New Deal gli artisti americani si dovettero rifugiare nell’estetica dell’arte per l’arte poiché ogni esperienza impegnata venne tacciata, in pieno maccartismo, di comunismo», racconta il critico Philippe Daverio. «Solo da noi e in Germania, dai Futuristi ai Fluxus, si continuò a pensare anche a un’arte impegnata. Ma questa è diventata un’esperienza marginale; i grandi artisti preferiscono seguire il mercato, tanto che le uniche opere di Andy Warhol che non sono esposte sono quelle di denuncia, coma la sua "Sedia elettrica"». E così, il massimo della denuncia che le star contemporanee possono fare è quello della «precarietà del potere», come ha recentemente dichiarato Maurizio Cattelan a proposito della sua opera che raffigura Papa Wojtyla: «La Royal Academy di Londra, dove avevo esposto quell’opera, ha ricevuto una lettera del Vaticano in cui si sorprendeva di come i temi religiosi fossero trattati in modo così inadeguato. Forse il mio lavoro era davvero inadeguato perché non parlava del personaggio storico ma piuttosto della precarietà del potere». Ma la verità è che l’arte «nel suo rapporto rappresentativo con la società si ferma proprio con Picasso», afferma il critico-politico Vittorio Sgarbi. «Oggi anche David Hockney o Lucien Freud hanno solo un gradimento di settore. Il valore testimoniale non spetta più all’arte: già negli anni della Seconda Guerra Mondiale le foto di Robert Capa insidiavano il primato di Picasso». Tanto che il grado di apprezzamento della pittura da parte dei politici è piuttosto scarsa: la Sinistra è ferma al realismo, e «Berlusconi può apprezzare Annigoni» o la pittura veneta. «L’arte tradizionale, nella quale può rientrare anche Guernica, dipingeva una storia capace di esprimere un messaggio - spiega l’ex ministro per i Beni culturali, Rocco Buttiglione - . Oggi viviamo la stagione della morte dell’arte, e tutto finisce in un chiacchiericcio inconsistente». Dell’inefficacia politica dell’arte, dunque, è responsabile l’arte stessa. «Difficilmente l’arte di oggi può influenzare le scelte politiche proprio per l’astratta e generica politicizzazione di queste opere, che le ha depotenziate, ne ha nullificato il messaggio». E conclude con un affondo. L’arte «non è nemmeno utile per costruire consenso intorno a figure o idee politiche». Anche se «il Foglio», con i suoi ritratti di personaggi celebri ai quali veniva sostituito il volto con quello di Berlusconi ci ha provato, con un po’ di ironia. Conclusione: «Prima che l’arte possa intervenire sulla politica, bisogna che ritrovi se stessa».
UN MITO DA SFATARE: CONTROLLA SUL TUO LIBRO DI STORIA DELL'ARTE COSA C'E' SCRITTO SU GUERNICA DI PICASSO E CONFRONTALO CON QUANTO TROVI SCRITTO QUI SOTTO ... CHE SORPRESE!
Un dibattito tra storia e leggenda
di Dino Messina
La guerra civile spagnola fece un milione di morti, numerosi furono i bombardamenti delle aviazioni italiana, tedesca e russa più cruenti di Guernica, ma è difficile far affiorare la verità storica dietro la leggenda. Fino a tre anni fa, quando è uscito il saggio di Pio Moa, «Los mitos de la Guerra Civil», la vulgata voleva che il 26 aprile 1937, era un lunedì, giorno di mercato, una pattuglia di Junker tedeschi della Legione Condor bombardò la città sacra dei baschi che non era un obiettivo militare, accanendosi contro i civili e facendo 1645 morti e 800 feriti. In realtà, come ha scritto Moa, e come ha sostenuto anche Vittorio Messori, a bombardare Guernica quel giorno furono per primi tre moderni trimotori S79 e 15 caccia CR32 dell’aviazione italiana. Erano le 16,30 circa, i tedeschi con i loro vecchi Junker sarebbero intervenuti due ore dopo. Le vittime secondo Moa furono al massimo 120, i feriti soltanto 30. Non ci fu mitragliamento dei civili e la città fu distrutta non dalle bombe ma da un incendio che incenerì il 70 per cento delle tradizionali abitazioni in legno anche per il ritardo dei pompieri. Lo storico dei bombardamenti, Achille Rastelli, nel libro «Bombe sulla città» uscito nel 2000 da Mursia, riportava una relazione al ministro della Difesa repubblicano, scritta dal capo del governo basco, Aguirre, che stimava i morti a non più di 200. Ben più cruenti furono i bombardamenti di Barcellona e Durango da parte dei nazifascisti e su Saragozza da parte dei rossi. La verità si sapeva già dal 1937 ma anche grazie al capolavoro di Picasso, Guernica assurse a simbolo della guerra ai civili. E la vulgata storica è durata più di sessant’anni.
«Corriere della sera » del 14 giugno 2006

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