25 maggio 2006

Giovani scrittori e vite precarie

Da alcuni recenti romanzi emerge una fenomenologia del disagio giovanile, dovuto non solo alla difficoltà nel trovare un lavoro stabile. Desiati: «Si vive in una zona grigia e indefinibile». Bajani: «Dominati da incertezza e paura»
di Fulvio Panzeri
«Propositi, Progetti, Programmi. Tutte "P" che hanno a che fare con la quotidianità del Precario che, paradossalmente, come concetto lavorativo, è ormai entrato molto più in sintonia con i suoi grammaticali contrari: «fermo, bloccato, fissato, immobile», che con i suoi sinonimi: «momentaneo», «temporaneo», «passeggero». Una sorta di «inamovibile condizione di precariato» quindi, che è un ossimoro scoraggiante, come altre delle parole equivalenti: «problematico», «effimero», «caduco». Sono queste alcune considerazioni tratte dalle "storie di precari", raccolte in Tu quando scadi? edito da Manni, tante testimonianze raccontate direttamente dagli interessati sulla difficoltà di trovare un lavoro che soddisfi, che possa dare una garanzia, che rappresenti una speranza di vita. Una ragazza, Chiara, invece sottolinea : «Ma tu continui a dare e a sperare… l'unica cosa che proprio non riesci a fare è progettare. La situazione è talmente generalizzata che sembra quasi normale dover vivere solo il presente».A parlare sono in molti, in questi mesi, soprattutto attraverso i libri, aiutati da scrittori che ne hanno raccolto le ordinarie cronache di disagio quotidiano. Aldo Nove ha scattato quattordici istantanee da una nazione di precari in Mi chiamo Roberta, ho quarant'anni, guadagno 250 euro al mese… (Einaudi), mentre Andrea Bajani, trent'anni, sempre da Einaudi, ha composto un trattatello, una «guida di viaggio per lavoratori flessibili» in Mi spezzo ma non m'impiego. Ne emerge, verificata sul campo, una sorta di "fenomenologia" del precariato, identificato attraverso le tipologie (stage e impieghi last minute, precariato di coppia e agenzie di lavoro temporaneo) e i settori, dalla scuola ai call center, dalle società di comunicazione al service editoriale, dalla grande distribuzione alle imprese di pulizie. Tutto nasce da un romanzo dello stesso Bajani, Cordiali saluti, in cui un numero imprecisato di persone vengono lice nziate in un momento particolare della vita dell'azienda. Durante le presentazioni l'autore però si accorge che i lettori lo riconoscono soprattutto come un romanzo sul precariato. Dice Bajani: «All'inizio mi chiedevo il perché di questo che mi sembrava un fraintendimento. Poi, a poco a poco ho cominciato a capire: quel clima di incertezza e paura che nell'azienda di Cordiali saluti si respirava nel periodo di "riorganizzazione" è lo stesso clima che un numero sempre maggiore di persone vive ogni giorno, ed è lo stesso clima di incertezza e precarietà nel quale vivevo, e vivo quotidianamente io stesso. Tautologicamente, il precariato è esattamente questo. La flessibilità è solo l'abito della festa di questa condizione diffusa di incertezza».
Precarietà quindi in senso più largo rispetto a quella lavorativa: ne è assolutamente convinto anche Mario Desiati, giovane scrittore di grande talento, 29 anni, che al tema ha dedicato un romanzo dal titolo esplicito, Vita precaria e amore eterno (Mondadori), inventandosi un protagonista, Martino Bux, nato e vissuto per un certo tempo in Sicilia, in un paese vicino alla base Nato di Sigonella e poi approdato con i genitori a Roma, in fuga dallo strapotere mafioso e in cerca di stabilità esistenziale. Non la troverà e anzi finirà per diventare un simbolo dell'inettitudine, raccontata da Desiati, tra grottesco e cartoon, tra realismo e postmoderno, interagendo vari piani temporali. Dice Desiati: «Ho fatto la cosa che è più facile per uno che scrive. Partire da una cosa che si sente propria. Ho usato il punto di vista di un indifeso, di un vinto, di un prossimo al fallimento. Credo che uno scrittore sia sempre sul punto di un inesorabile fallimento. Tutto sta nel saperlo elaborare oppure rimuovere questa sensazione».
E la precarietà non è solo una problematica lavorativa, ma assume un'accezione più ampia, fino a connotare i vari piani della sfera esistenziale di un'intera generazione, i trentenni di oggi. «La precarietà oggi, per noi, è anche quella di prendere un mezzo pubblico con la paura di un attentato terroristico. Penso al protagonista del mio romanzo quando vede un pakistano sull'autobus e subito gli balena in testa l'idea che questo possa far saltare in aria tutti. C'è questa paura più sottile che aumenta il senso di instabilità generale. E noi lo sentiamo in maniera forte». E' un'instabilità che si traduce anche a livello di scelte politiche: «Il ragazzo-tipo, protagonista del romanzo, fa parte di una grande zona grigia, indefinibile. E' uno che potrebbe votare sia Rifondazione Comunista, sia Alternativa Sociale. Per lui non c'è differenza. Del resto non ci sono più ideali politici, perché è meno forte il peso di certi gruppi di aggregazione giovanile. E' venuta meno l'esigenza di incontrarsi intorno ad un'idea, di stare insieme, che ha portato ad un raffreddamento dei rapporti umani. Dovuto anche a certe tecnologie che hanno portato a virtualizzare le relazioni tra di noi. E' la precarietà esistenziale, quella dei rapporti umani sempre più deboli che, nell'instabilità che ci circonda, rischia di farci vivere alla giornata, rendendo problematiche anche le relazioni con il mondo esterno, perché tutto si sta inaridendo». Un'incertezza che si estende anche sul piano familiare. Così la spiega Desiati: «Noi viviamo un paradosso: la famiglia d'origine, quella dei genitori, è diventata un ammortizzatore sociale, fa da cuscino e sta evitando quello che è successo in Francia, mentre la precarietà a più livelli rende più difficile la costituzione delle nuove famiglie. Oltre allo sfibramento dei sentimenti, diventa difficile pensare di crescere un bambino se non si hanno certezze sociali, come la possibilità di avere congedi parentali, solo per fare un esempio».C'è però un modo per uscire dalla precarietà e Desiati lo intuisce nella possibilità «di ridare valore ai propri sogni, di crederci, di trovare ancora la giusta passione per un progetto di vita».
« Avvenire » del 25 maggio 2006

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