01 agosto 2017

Processo Eichmann: Fu solo «banalità»? Un saggio corregge Hannah Arendt

Il corposo studio di Bettina Stangneth riporta le parole inedite del gerarca latitante in Argentina: ne emerge un quadro ben più complesso di quello delineato dalla Arendt
di Riccardo De Benedetti
Il libro di Bettina Stangneth, La verità del male. Eichmann prima di Gerusalemme (Luiss University Press, pagine 604, euro 24,00) è di quelli che si fa fatica a dimenticare. Innanzitutto per la scrupolosità con la quale è stato scritto e l’attenzione a ogni pur piccolo dettaglio di una storia piena di trabocchetti e dissimulazioni. Il lettore, dopo ogni pagina di lettura, sa di avere a che fare con una ricerca scientifica e non con una delle tante ricostruzioni più o meno scandalistiche sul nazismo e la sua opera nefasta. Il libro (1.215 note), ricostruisce gli anni argentini dell’Obersturmbannführer (tenente colonnello) delle SS Adolf Eichmann, fuori servizio. Uno dei responsabili diretti della Shoah, coordinatore dello sterminio, fu catturato dal Mossad l’11 maggio del 1960 a Buenos Aires e impiccato la notte tra il 31 maggio e il 1 giugno del 1962 a Gerusalemme dopo un processo che attirò l’attenzione del mondo. Perché Eichmann in Argentina? Il titolo corregge il sottotitolo del famosissimo saggio di Hannah Arendt, La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme (1963). Prima del processo al criminale nazista c’è l’Argentina, luogo di rifugio per centinaia di nazisti in fuga, nella quale il male non era banale ma rivendicato e, se possibile, analizzato, scrutato nel profondo. Eichmann, improvvidamente, in quegli anni parla, scrive, registra, con la collaborazione di altri rifugiati nazisti, descrivendo una realtà che non ha nulla a che fare con la burocrazia esecutrice, ma al contrario, con la piena e convinta adesione all’ideologia razzista e antisemita e alla sua più consapevole esecuzione. I nastri e le carte di quella rivendicazione di responsabilità seguirono percorsi tortuosi e allora non riuscirono a raggiungere nella loro completezza i giudici del processo e, soprattutto l’opinione pubblica mondia-le, anche quella più informata e consapevole.
Durante gli anni della detenzione a Gerusalemme Eichmann volle dare di sé l’immagine del mero esecutore di ordini. La sua non era una mossa per ottenere clemenza, che infatti non ebbe, era un modo per proseguire la guerra contro gli ebrei. L’autrice descrive il tortuoso ragionamento con il quale i nazisti, sconfitti nella guerra ma non annientati, contavano di proseguire in un lavoro, così lo chiamavano, che non essendo stati capaci di portare a termine gli sarebbe stato per sempre rimproverato. Dopo la sconfitta in guerra si trattava di ripiegare in ciò che poi sarebbe apparso come negazionismo: la Shoah era un’invenzione e se si era verificata era perché qualcuno, non loro, aveva intrapreso l’azione di sterminio per giustificare la nascita dello Stato di Israele. Apparire banali esecutori di ordini di una gerarchia sconfitta era un modo per ridare una parvenza di legittimità a un programma che doveva proseguire. Il libro della Stangneth riporta le parole, inedite, pronunciate alla fine delle estenuanti riunioni di nazisti che si svolgevano a casa di Eichmann in Argentina. In particolare la rivendicazione dello sterminio come parte integrante di un dovere morale ed etico (se è lecito usare questi termini per qualcosa che è pura criminalità) da compiersi rigorosamente se si voleva ottenere la vittoria contro il nemico assoluto: «Non cerchi di confondermi dopo 12 anni, che si chiamasse Kaufmann, o Eichmann, o Sassen o Morgenthau, non me ne importa nulla, a un certo punto mi sono detto: bene, devo smetterla di farmi scrupoli. Prima che il mio popolo tiri le cuoia devono tirare le cuoia tutti gli altri, poi il mio popolo. Ma solo a quel punto! Io ero così [...]. Io, “il burocrate prudente”, ecco cos’ero, sissignore. Ma vorrei ampliare il concetto di “burocrate prudente”, anche se a mio sfavore. Questo burocrate prudente si accompagnava ad un fanatico combattente per la libertà del mio sangue, dal quale discendo, e qui dico, proprio come le ho detto poco fa, il pidocchio che la sta pungendo, camerata Sassen, non mi interessa. A me interessa il mio pidocchio sotto il mio colletto. Quello lo schiaccio. Lo stesso vale per il mio popolo. Ma da quel burocrate prudente che ero, perché certamente lo sono stato, sono anche stato ispirato e guidato: ciò che è utile al mio popolo, per me è un ordine sacro e una legge sacra [...]. Mi si contorcono le budella a dire che abbiamo fatto qualcosa di sbagliato. No. Devo dirle in tutta sincerità che se dei 10,3 milioni di ebrei stimati da Korherr, come sappiamo oggi, ne avessimo uccisi 10,3 milioni, allora sarei soddisfatto e direi “bene, abbiamo sterminato un nemico”. Ora che per un tiro mancino del destino la maggior parte di quei 10,3 milioni di ebrei è rimasta in vita, mi dico: il fato ha voluto così. Devo assoggettarmi al destino e alla provvidenza. Sono solo un piccolo uomo e non è in mio potere contrastarli, né tantomeno posso o voglio farlo. Avremmo compiuto il nostro dovere per il nostro sangue».
Hannah Arendt si è sbagliata? Sì e no. Certamente per quanto riguarda Eichmann, che non corrisponde affatto al ritratto che lui stesso ha fatto in modo che uscisse dal processo, da abile manipolatore qual era. Non del tutto quanto al significato che possiamo dare alla “banalità del male”. Il processo Eichmann è stato solo un punto di avvio per un’analisi approfondita della storia del nazionalsocialismo e la Arendt non aveva a disposizione ciò che con fatica hanno sotto mano gli studiosi di oggi. Cosa c’è di davvero banale nell’azione di Eichmann e di quelli come lui? C’è la mancanza assoluta di distanza tra la formulazione di un’idea, di un pensiero, di una tesi, e la sua realizzazione. Il pensiero è banale, errato e criminale, ma la sua realizzazione è tragicamente seria. C’è quella che Eric Voegelin, nel suo Hitler e i tedeschi, poco letto, purtroppo, chiamava la stupidità di un intero popolo, insieme alla capacità manipolatoria di attivarla. Una concezione rozza del formarsi e trasformarsi di un popolo attraverso il sangue e la razza, concetto che affonda in profondità nel pensiero scientifico illuminista prima e darwinista poi, con l’accento totalizzante posto sulla lotta per la vita e per la morte di un gruppo umano contro un altro.
Il libro della Stangneth è un libro di filosofia, più di tanti altri che sull’argomento hanno intinto per infiniti, e in molti casi pedanti e stucchevoli, esercizi ermeneutici. Una filosofia che lascia al lettore il compito di rintracciare la triste filiera del formarsi di un orrore e del suo realizzarsi. Non fu l’unico nel Novecento, ma fu quello al quale dobbiamo un obbligo di spiegazione razionale che ha rischiato, e il caso dell’abbaglio di Hannah Arendt sta a dimostrarlo, di sfuggirci.
«Avvenire» del 20 luglio 2017

L’umanità ritrovata della Germania di oggi

Rinascita di una nazione
di Claudio Magris
I tedeschi hanno costruito uno dei Paesi europei più saldi e vivibili e non si profilano forze estremiste che possano minacciare l’equilibrio del Continente
Non è sempre facile, alla fine di una guerra, dire, passato il primo momento, chi l’ha vinta. La Germania è stata disastrosamente sconfitta in due guerre mondiali. La prima l’ha ridotta — anche a causa delle inique, vendicative e idiote condizioni del trattato di pace di Versailles, duramente criticate dal grande lord Keynes — a una devastante miseria e a disordini che hanno contribuito all’ascesa del nazismo. Ma non molti anni dopo la Germania nata dalle rovine era una potenza più grande degli Stati che nel 1918 l’avevano vinta e che poco più tardi avrebbero avuto difficoltà, tutti insieme, a fronteggiare il suo micidiale attacco sferrato su tutti i fronti.
Lanciata alla conquista del mondo e all’esecuzione del progetto criminoso più efferato della Storia, lo sterminio del popolo ebraico, la Germania alla fine della Seconda Guerra Mondiale era rasa al suolo, aveva perduto vasti territori a Est ed era divisa in due Stati contrapposti, uno dei quali sotto la tirannica tutela sovietica. In pochi anni e soprattutto a partire dal cosiddetto miracolo economico, la Repubblica Federale era un Paese florido e sostanzialmente tranquillo; l’Inghilterra — che aveva contribuito a salvare il mondo dal nazismo resistendo per un certo periodo da sola, con indomita forza d’animo, al Terzo Reich che appariva vittorioso su ogni fronte — alla fine della guerra si era trovata ad aver perduto l’Impero britannico ossia il suo ruolo mondiale e a vivere un periodo di dure ristrettezze economiche, affrontate peraltro con grande sapienza dal Welfare ma difficili.
La Terza Guerra Mondiale — la cosiddetta guerra fredda, ma calda e rovente per i 45 milioni di morti fra il 1945 e il 1989 nei vari teatri extraeuropei dello scontro, mediato ma sanguinoso — si è conclusa non solo con la sconfitta, ma con la dissoluzione dell’Unione Sovietica e dell’universo politico sovietico. Ma a vincerla è stata in fondo la Russia, che in pochi anni è divenuta la potenza mondiale più determinata e a poco a poco determinante nel complesso gioco internazionale di forze, mentre gli Stati Uniti, che dal collasso sovietico sembrava dovessero uscire come il Paese destinato a dominare il mondo per chissà quanto tempo, sono indubbiamente una formidabile potenza, ma spesso incerta e malaccorta nei propri passi. In Cina il comunismo — con l’eroica Lunga Marcia e con la guerra che ha dissolto il regime di Chiang Kai-shek come un castello di burro — ha vinto ma ha creato un sistema di capitalismo selvaggio e sfruttatore, in cui il comunismo, eroico vincitore nelle guerre e disastroso perdente nelle paci, è il duro potere che controlla il funzionamento di un mercato spietato.
La Germania, la sconfitta per antonomasia nell’ultimo classico conflitto mondiale, è oggi uno dei Paesi più saldi e vivibili dell’Europa. La stagione del terrorismo rosso è ormai lontana e scomparsa; vi sono sacche di povertà, abilmente occultate ma limitate; non si profilano forze estremiste che possano minacciare l’equilibrio del Paese e dell’Europa. A differenza di molte altre scadenze elettorali europee – come quelle recenti in Austria, Olanda, Francia, che hanno rischiato di far traballare o peggio l’Ue – in Germania l’eventuale alternanza al governo, la continuazione della coalizione e la vittoria dell’uno o dell’altro partito hanno i loro pregi e difetti, ma nessun carattere che metta in pericolo l’ordine e l’equilibrio del Paese e del continente.
Le elezioni, in Germania, non pongono davanti alle alternative drammatiche che talora si presentano in altri Paesi. La scelta fra Angela Merkel e Martin Schulz non è sconcertante come quella fra Donald Trump e Hillary Clinton, in cui era comprensibilmente difficile, anche e forse soprattutto per un autentico democratico, decidersi tra l’aggressivo, rozzo e regressivo populismo di una parte e l’ipocrita, pseudoliberal superficialità dell’altra, assai poco attenta ai reali e pericolosi disagi di alcuni settori del paese, disagi responsabili della stessa crescita del populismo.
Nella sostanziale stabilità tedesca gioca forse un ruolo la particolare tradizione del capitalismo tedesco, quel «capitalismo renano» legato alla produzione più che alla speculazione finanziaria, alla continuità della produzione e delle imprese, al dialogo fra impresa e sindacato. Qualità che tendono a rendere meno selvaggio e feroce l’anarchico dominio del mercato. Qualità ovunque sempre più desuete e che vacillano pure in Germania, anche se lo si maschera furbescamente con abili maquillages — ad esempio i dati sulla disoccupazione, talora sostanzialmente falsati dai casi di lavoro sottopagato, che andrebbe considerato nella voce «disoccupazione», o come il gioco a proprio favore con l’euro.
E’ stato giustamente osservato che la Germania, con la sua solidità, potrebbe dimostrarsi più sensibile ai problemi e alle necessità comuni dell’Unione Europea — anche se dovunque l’egoismo dei singoli Stati rilutta a una solidarietà veramente europea, a risolversi in patriottismo europeo. Può anche darsi che l’ombra del passato nazista induca la Germania a non mostrarsi troppo interventista e autorevole. Ma deve pur venire, e anzi dovrebbe essere già venuto il momento in cui, se necessario, possano essere utilizzate, insieme alle altre, pure forze militari tedesche. Comunque nel complesso il Paese «cattivo» per eccellenza appare più umano di molti altri.
Se è difficile stabilire chi ha vinto e chi ha perso le guerre passate, è ancor più difficile capire — nell’attuale vera e propria quarta guerra mondiale che divampa in tutto il globo - chi combatte contro chi,sia l’alleato e chi il nemico, con tanti alleati amici dei nemici dei loro alleati. Forse mai come oggi emerge la verità di quel pensiero che Joseph Roth, nella Marcia di Radetzky, attribuisce a Francesco Giuseppe, il quale - egli scrive — non amava le guerre, «perché sapeva che si perdono».
«Corriere della sera» del 13 giugno 2017

Il socialismo è malato (ma può anche riprendersi)

Partiti vecchi e nuovi
di Paolo Franchi
L’ambizione antica di portare avanti quelli che restano indietro ha ritrovato una sua legittimazione quando tutto sembrava parlare in senso contrario
Un giorno il Politburo stabilì, su proposta di Michail Suslov, di mettere nero su bianco nello statuto del partito che il marxismo-leninismo non era una filosofia, ma una scienza. La decisione fu sottoposta al voto, stancamente unanime, di tutte le strutture del Pcus. Nell’ultima, sperdutissima sezione, però, il compagno Popov, raggelando gli astanti, chiese la parola. Nessun dubbio, per carità, il marxismo–leninismo era una scienza. Ma allora come mai, prima di applicarla agli umani, non la si era sperimentata sui topi?
Il riaprirsi del dibattito sulla fine del socialismo e dei partiti socialisti mi ha fatto tornare alla mente questa vecchia barzelletta sovietica. Una ragione c’è. Il socialismo, in tutte le sue varianti, non si presta alle ironie del compagno Popov: perché, a differenza del comunismo, con tutto il rispetto per Karl Marx non è «scientifico». Non ha più da un pezzo un’ortodossia, uno statuto ideologico rigido, un obiettivo finale con cui fare i conti. Il movimento è tutto, il fine è nulla, aveva sostenuto già nel 1899 il revisionista Eduard Bernstein. Se ne ebbe in cambio l’espulsione dalla Spd. Ma settant’anni dopo un altro grande socialdemocratico tedesco, Willy Brandt, parlava con Oriana Fallaci del socialismo come di «un orizzonte che non raggiungeremo mai, e a cui tentiamo di andare sempre più vicino». E il nostro Pietro Nenni, che fino all’ultimo volle essere giudicato «come un militante della classe operaia e del movimento socialista», lo definiva come la lotta incessante «per portare avanti quelli che sono nati indietro».
A lungo questa sostanziale indifferenza alla teoria fu considerata (in Italia, ma non solo in Italia; a sinistra, ma non solo a sinistra) un insuperabile limite congenito del movimento socialista. C’era del vero, in questo giudizio, specie in un tempo in cui, a confrontarsi, erano ideologie e visioni del mondo potenti e all’apparenza inossidabili. Ma, adesso che così non è più da un pezzo, questo limite può persino trasformarsi in una potenzialità. Anche se solo a dirlo si rischia di passare per visionari, forse sarebbe il caso di cominciare a discuterne. Il socialismo è morto?
Andiamoci piano. Di sicuro gravissimamente malati sono i partiti socialisti e socialdemocratici per come li abbiamo conosciuti, i quali, dopo aver stravinto la lunga guerra a sinistra, sono poi riusciti, uno dopo l’altro, a straperdere la pace. I motivi del disastro sono ovviamente tantissimi, ma qui interessa sottolinearne uno su tutti. E cioè la diffusa convinzione (addirittura ostentata, negli anni Novanta del secolo scorso, con un fastidioso entusiasmo da neofiti) che, caduta l’Unione Sovietica, anche la stagione della battaglia per «portare avanti quelli che sono nati indietro» fosse finita una volta per tutte, assieme a quella del compromesso democratico tra capitale e lavoro organizzato che aveva garantito in Europa la prosperità e la democrazia nei decenni precedenti; e che si trattasse piuttosto di dimostrarsi più convincenti delle destre nel praticare la religione del mercato nel tempo della globalizzazione. Per questa via, i partiti socialisti e socialdemocratici conquistarono spesso il governo, ma smarrirono la loro stessa ragione sociale di esistenza, senza riuscire a individuarne un’altra che non fosse solo quella, pur meritoria, della difesa e dell’allargamento dei diritti civili e delle libertà individuali. Non passarono la nottata: la storia provvide rapidamente a fornire le sue dure repliche.
In Europa e in tutto l’Occidente chi era nato indietro è stato ricacciato ancora più indietro, chi aveva avuto, o meglio si era guadagnato, la possibilità di fare dei sostanziosi passi in avanti è stato costretto a percorrere a ritroso il cammino; e questo non è valso, anzi, a garantire nuove chances di vita ai giovani. Sì, certo: la globalizzazione ha cambiato tutto. Ma non era scritto che alla filosofia dell’inclusione e dell’integrazione crescente dovesse subentrare quella dell’esclusione e della chiusura, con tutto ciò che essa comporta, a cominciare dalla crescita senza precedenti delle sperequazioni sociali: i ricchi (non pochi) sempre più ricchi, i poveri (moltissimi) sempre più poveri. Come riconobbe l’allora capo dello Stato Giorgio Napolitano già nel 2012, «dovremmo parlare non più di disagio … ma di una vera e propria questione sociale».
Non sono stati i partiti socialisti a guidare questo processo. Ma non si sono nemmeno provati a contrastarlo. E non hanno neanche compreso che una simile, gigantesca trasformazione si porta appresso un cambiamento tellurico della morfologia sociale, culturale e politica; tanto più perché si accompagna a fenomeni (le grandi migrazioni, per cominciare) destinati, ci piaccia o no, a cambiare la vita nostra, e soprattutto quella dei nostri figli e dei figli dei nostri figli.
A lungo si è ragionato come se lo sbocco pressoché obbligato di tutto ciò fosse il dilagare del populismo vetero-sovranista e xenofobo. Le cose non stanno necessariamente così, come testimoniano anche i successi di leader pure molto diversi, come Bernie Sanders, Jean-Luc Mélenchon e, da ultimo, Jeremy Corbyn. Non si tratta di copiarli, ma di prendere atto che l’ambizione antica di portare avanti quelli che sono nati, o sono stati ricacciati, indietro, ha ritrovato una sua legittimazione quando tutto sembrava parlare, da decenni, in senso contrario. La parola indicibile, socialismo, può di nuovo essere pronunciata e declinata. Apostoli che ci facciano tornare alla mente i socialisti delle origini in giro non se ne vedono. Ma nulla esclude che possa farsi pensiero politico, organizzazione, programma, e riprendere la sua lunga marcia.
«Corriere della sera» del 24 luglio 2017

Fine vita e legge del silenzio

di Aldo Cazzullo
Diceva Umberto Veronesi che nessun malato terminale gli aveva mai chiesto di morire; tutti gli avevano sempre chiesto di guarire. Ma cosa accade quando una persona non è più responsabile di se stessa? Quando la scienza non è in grado di guarire, però consente di tenere in vita, senza limiti di tempo ma anche senza speranza? Nei giorni in cui il mondo piange il piccolo Charlie, l’Italia si interroga anche sulla storia di Elisa, raccontata venerdì sul Corriere da Andrea Pasqualetto. Elisa è in «stato vegetativo permanente» da dodici anni. Il padre Giuseppe dice di non sapere cosa fare. Non osa chiedere di «staccare la spina» e provocare la morte della figlia; ma non se la sente neppure di andare avanti così, pensando anche a quel che accadrà quando lui non ci sarà più. Nella stanza di Elisa, nel letto accanto, c’è un’altra donna, molto più anziana. Eros, suo figlio, sostiene che non intende stabilire lui il destino della madre, che «deve essere lo Stato a decidere». Sono parole terribili, in una situazione terribile. L’idea di uno Stato che decida come Atropo quali fili di vita troncare e quali tessere è giustamente lontana dalle nostre sensibilità. Ma l’alternativa non può essere neppure quella di lasciare soli un padre e un figlio, di fronte alla sopravvivenza o alla morte dei loro cari. Diciamo la verità: su questo tema, la politica italiana ha avuto due attitudini, a seconda delle circostanze.
La prima è stata intervenire per decreto, sull’onda emotiva di un caso — la giovane Eluana Englaro, una storia non lontana da quella di Elisa —, su cui si innestò una componente ideologica. La seconda è stata rimuovere, rinviare, prendere tempo. Nessuna delle due attitudini ha portato né porterà un risultato utile alle persone che soffrono e alla comunità di cui tutti facciamo parte, e che con la morte finiremo per confrontarci, per quanto tentiamo di esorcizzarla. Certo, il tema del fine vita è divisivo. Ma questa non è una buona ragione per non parlarne e non decidere. Al contrario, è il momento di affrontare una grande discussione, aperta, libera, rispettosa delle opinioni altrui, e soprattutto non inconcludente. Lo scorso 20 aprile è passata alla Camera una legge forse imperfetta, ma che riconosce il diritto di rinunciare ad alcune terapie senza passare dai tribunali, indicando la propria volontà quando ancora si è in grado di farlo; però è quasi certo che il Senato non riuscirà o non vorrà approvarla.
Si sente obiettare che in Parlamento non c’è una maggioranza solida, né ci sarà dopo le prossime elezioni. Ma una questione così complessa deve essere disciplinata da un accordo vasto, che possa reggere alle alternanze, anziché essere disfatto o capovolto al primo cambio politico. Oggi questa discussione è possibile anche perché la Chiesa, da sempre molto attenta alla legislazione italiana, ha rinunciato non ovviamente ai propri valori ma a un atteggiamento intransigente che non aveva aiutato né il confronto né il varo di norme destinate a durare. Anche la Chiesa sostiene che una legge ci vuole. Resta da stabilire quale. Un sistema di regole rigido e intrusivo non sarebbe una buona soluzione. Esistono spazi lasciati all’umanità dei medici e alla pietà dei familiari che ogni giorno alleviano sofferenze fisiche e patimenti morali. Ma di fronte a casi controversi la risposta non può essere soltanto il silenzio. Oggi ci confrontiamo soprattutto sulle storie dei giovani e dei bambini, come Charlie, che scuote le nostre coscienze. Si parla meno dei nostri grandi anziani. Ogni tanto qualcuno di loro va in Svizzera a farla finita, o annuncia di volerlo fare; oppure si appropria della sorte in modo tragico, come Mario Monicelli. La scienza non ha abolito la morte, l’ha resa più difficile; aprendo la strada a vecchiaie lunghissime, che possono essere serene e produttive, ma anche foriere di paura e disperazione. Interrogarci, parlarne, decidere non può più essere un tabù.
«Corriere della sera» del 29 luglio 2017

Non facciamo più figli nel mondo occidentale

di Massimo Gramellini
Alla notizia della possibile estinzione del pappagallo neozelandese (detto anche pappagallo Alitalia perché fatica a volare), gli amanti della natura insorsero giustamente per sensibilizzare l’opinione pubblica. Invece, dopo la rivelazione dei ricercatori dell’università di Gerusalemme che il maschio occidentale ha smarrito la metà dei suoi spermatozoi, nessun amante dell’umanità è sembrato preoccuparsi. La macchina dell’informazione ha digerito e sputato il ferale annuncio in meno di ventiquattr’ore e in nessuna città europea o nordamericana si segnalano sit-in di protesta o quantomeno code nei reparti di andrologia. Non è la prima volta che in Occidente ci troviamo alle prese con il problema delle culle vuote. Ma è la prima volta che sembriamo non considerarlo un problema. L’imperatore Augusto fu visto battere la testa contro un muro del Senato quando comprese che Roma era diventata così sterile da non essere in grado di sostituire i quindicimila soldati scomparsi nella battaglia di Teutoburgo contro i trisavoli della Merkel, mentre appena due secoli prima era riuscita a rimpiazzare in un batter di ciglia le quasi centomila perdite subite dai cartaginesi, trisavoli dei migranti. Gli eredi di Augusto, concentrati su temi che riguardano la loro sopravvivenza, come i vitalizi e la legge elettorale, di quella dell’Occidente se ne infischiano.
E appena smettono di farlo rimediano risolini imbarazzati — è successo a Renzi quando ha varato il «dipartimento mamme» — o gaffe imbarazzanti, come la parlamentare del Pd che rivendicava la salvaguardia della razza, espressione che i crimini nazisti hanno espulso per sempre dal lessico commestibile. Ma in genere di questa materia non se ne preoccupa e tantomeno occupa nessuno, se non i nostalgici alla Trump, che però indossano solo idee difensive e vorrebbero tornare a un passato di muri e di dazi. Gli altri tacciono. Non si discute la posizione, più che legittima, di chi è favorevole alla nostra lenta autodissoluzione per garantire la sopravvivenza di un pianeta già sufficientemente popolato. L’associazione inglese «Having Kids» ha considerato l’eventuale nascita di un terzo figlio degli eredi al trono William e Kate «non sostenibile per l’ambiente e l’economia della Gran Bretagna». (La regina Vittoria di figli ne ebbe nove, ma ai tempi dell’Impero Britannico si pensava ancora che farne tanti aiutasse, se non l’ambiente, certamente l’economia). Il sospetto, però, è che la maggioranza degli occidentali, lungi dal desiderare la propria fine, semplicemente non ne abbia coscienza. Si parla spesso del divario tra realtà vera e realtà percepita. L’impressione è che si percepiscano più migranti e più pericoli di quanti ne indichino le statistiche, ma che non si percepisca affatto la drastica e documentata riduzione delle culle, dei bambini e degli adolescenti, anche solo rispetto a vent’anni fa. Tanto che gli avversari della società multietnica sono i primi ad affermare: «Siamo già fin troppi così».
Il crollo delle nascite potrà anche imputarsi alla crisi economica e alla mancanza di politiche a sostegno della famiglia, ma il calo del desiderio — di cui quello delle nascite è solo una delle conseguenze — evoca le storture di una civiltà sempre meno connessa con i ritmi e le leggi della natura, in cui si parla continuamente di sesso, ma lo si pratica sempre di meno. Un’epidemia che è arrivata a lambire persino gli zoo, se è vero che i maschi delle tigri vengono trattati con il Viagra per supplire a una desolante carenza di iniziativa, benché nel loro caso non si possano neanche tirare in ballo le distrazioni del calciomercato. Per quanto riguarda gli umani, solo le nazioni più evolute, quelle scandinave, stanno tentando una riscossa a base di spot televisivi in cui si reclamizza il più antico e dimenticato dei piaceri. Con qualche risultato sull’indice demografico, pare. Ma da che cosa dipenderà questa gigantesca rimozione collettiva del problema? Certamente dalla paura di prenderne coscienza e dalla indisponibilità a cambiare stile di vita. Ma potrebbe esserci anche dell’altro: la scomparsa del senso di missione che ogni civiltà reca con sé. Come se l’Occidente sentisse di avere esaurito il suo ciclo bimillenario e fosse diventato meno fertile perché si è rassegnato all’idea di dovere passare la mano. In un saggio di Robert Kaplan intitolato Monsoon si profetizza un futuro prossimo in cui le due potenze mondiali saranno Cina e India e dove proprio a quest’ultima toccherà il compito di portare avanti la fiaccola della civiltà occidentale che i nostri spermatozoi dimezzati stanno spegnendo nel disinteresse di tutti. Chissà che cominciare a parlarne non riattizzi un po’ il fuoco.
«Corriere della sera» del 29 luglio 2017

Dobbiamo smettere di considerare normale lo «sballo»

La droga non ha risolto, anzi ha amplificato e cronicizzato le paure e le insicurezze da cui si tenta di fuggire, e così si deve ricominciare
di Antonio Polito
Ci sbalordisce la morte di una ragazza di 16 anni per una pasticca di ecstasy. Proviamo stupore, insieme con il dolore. Ma come, morire per una pillola, che gira ovunque nelle notti della movida, che serve solo a divertirsi un po’ di più. Morire per una sostanza che forse una volta o due ha preso anche nostro figlio? Il fatto è che la nostra soglia di tolleranza sulle droghe si è abbassata. Abbiamo smesso di credere che tutte le sostanze psicotrope, tutte, facciano male, quale più quale meno, a chi più a chi meno, ma nessuna esclusa. Abbiamo fatto nostra una distinzione che proviene da un’epoca lontana, quella tra droghe «leggere» e «pesanti», e che forse non ha più riscontro né nelle logiche del mercato né in quelle dei ragazzi che ne fanno uso. Di conseguenza la nostra cultura ha abbassato la guardia, ha preso ad accettare come normale la voglia dei giovani di «sballare», di tanto in tanto: «a scopo ricreativo», diciamo con un eufemismo.
Più che distinguere tra le sostanze che assumono i nostri ragazzi, dovremmo infatti chiederci perché lo fanno, identificare il pensiero che li muove, il bisogno che li spinge. Non è difficile, ce lo dicono loro cos’è che cercano. È evasione, fuga dalla realtà, voglia di dimenticare per un po’ le cose della vita che comportano fatica, frustrazione, o dolore. Ci si fa per «staccare la spina». E poi lo si rifà non perché abbia funzionato, e la realtà sia veramente sparita per qualche ora, ma per il contrario, perché la droga non ha risolto, anzi ha amplificato e cronicizzato le paure e le insicurezze da cui si tenta di fuggire, e così si deve ricominciare. Tra l’accettare come «normale» questa ansia di evasione dei nostri figli, anche per una sera, e accettare l’uso delle sostanze stupefacenti più «leggere», il passo non è lungo. La battaglia contro le droghe non può essere vinta se non è anche una battaglia contro le idee e i miti che ci sono dietro. Spesso le sostanze che vanno per la maggiore rispondono allo spirito del tempo. Furono uno strumento per l’allargamento della coscienza, quando l’acido bruciava la mente di una generazione nelle poesie di Allen Ginsberg. Poi furono annientamento della coscienza, nella stagione plumbea dell’eroina. Poi ancora una ricerca di iper-stimolazione della coscienza, ai tempi della coca e degli yuppie.
Oggi ciò che si cerca è un’ipnosi della coscienza. Ma sono sempre una forma di dipendenza, e come tale andrebbero sempre combattute perché rubano libertà ai giovani. Per noi genitori non ci possono essere ambiguità. Gli adulti «devono far passare l’idea che in un percorso di crescita non c’è spazio per le sostanze psicotrope, che usarle come un tampone per gli sbalzi emotivi che gli adolescenti provano è una falsa soluzione». L’ha detto al Corriere Roberto Pellai, medico e psicoterapeuta, ed è proprio così. Invece tergiversiamo. Spacchiamo il capello. Distinguiamo, magari per accontentarci della riduzione del danno. Non si vuole aprire qui il dibattito sulla legalizzazione dello spinello. Forse è meglio aspettare e vedere come va in Uruguay, dove la sperimentazione è già partita, e in Canada e California dove partirà. Ma i liberalizzatori certamente sottovalutano due aspetti. Il primo: stabilire che a 18 anni si può «sballare» e pretendere che a 17 e 11 mesi sia vietato, legalizzare cioè per gli adulti lasciando il divieto per i minorenni, non ha senso. Daremmo un messaggio pericoloso ai nostri figli: non è che fa male la droga, siete voi che siete troppo piccoli per goderne. Per diventare grandi, non vorranno fare altro, come già avviene con alcol e sigarette. Il secondo problema è che nelle notti dei nostri ragazzi non si fa poi tutta questa differenza tra sostanze, shottino chiama spinello che chiama pasticca che chiama cocaina.
Ci sono circa mille sostanze in circolazione. Funziona tutto ciò che fa «sballare», dal coma etilico al sesso promiscuo. Al Sert di Genova ci sono un centinaio di ragazzi in cura tra i 13 e i 19 anni, con dipendenze soprattutto da hashish, e circa 600 più grandi per «fumo» e cocaina. La metà ha cominciato nelle notti della movida. Viene in mente la mamma di Lavagna, un posto non lontano da Chiavari, dove viveva la ragazza morta l’altra sera a Genova per una pasticca. Quella mamma che aveva denunciato ai finanzieri gli spinelli del figlio, e che l’ha visto saltare giù dal balcone durante la perquisizione. Al funerale disse, seppure sconvolta dal dolore, che aveva fatto la cosa giusta, perché «non poteva accettare di vedere suo figlio perdersi e ha provato con ogni mezzo a combattere la dipendenza». Il fatto che quella mamma abbia perso così crudelmente la sua battaglia, non vuol dire che noi non la si debba continuare.
«Corriere della sera» del 30 luglio 2017

13 maggio 2017

“Meno è meglio” e altri piccoli consigli fondamentali

Suggerimenti per liberarsi dalle zavorre nella scrittura e nel pensiero
di Beppe Severgnini
Credo che ogni ufficio conosca le tendenze del capoufficio. Materne, montessoriane, mussoliniane. Io m’iscrivo tra i montessoriani: credo all’anarchia rispettosa, e penso funzioni anche dentro una redazione. Penso anche che direttore, vicedirettori e capiredattori debbano insegnare qualcosa. Altrimenti, che ci stiamo a fare? Solo a disegnare pagine, rispondere al telefono e gestire epidemie di mail inutili? Ovviamente ognuno deve insegnare quello che sa. Se io provassi a spiegare come usare il sistema editoriale – Méthode! Sembra il nome di una località sciistica francese – tutti riderebbero di gusto (vero, Irene?). Quindi, mi astengo. Sull’organizzazione del lavoro e sulla scrittura, però, qualcosa da dire ce l’avrei. E, ovviamente, la dico. Tre parole, undici caratteri: “Meno è meglio”. Per esempio: la riunione migliore è quella che non si fa. Quando sono necessarie – e talvolta lo sono – le riunioni devono essere brevi. Ma bisogna arrivare preparati; e nel tempo in cui si sta insieme occorre concentrarsi.
Vietato controllare lo smartphone. Un gesto che, per molti, è diventato un tic nervoso. Chi ci casca, nel nostro nuovo 7, deve mettere 1 euro in un salvadanaio lilla (a forma di porcellino). Le monete, all’interno, aumentano e tintinnano felici. Un nostro redattore, se va avanti così, dovrà accendere un mutuo ipotecario. Ma è una persona intelligente, e prima o poi capirà. “Meno è meglio” è una regola infallibile per la scrittura. Nei titoli, nei sommari, nelle didascalie, nei testi: tutto quello che non è indispensabile è dannoso. Perché rallenta, complica, confonde. Mi piace ragionare con i miei giornalisti, soprattutto con i più giovani, sulla loro scrittura. Mi piace correggere i pezzi, e spiegare che, in fondo, l’operazione è una sola: togliere. Scrivere è come scolpire: occorre levare, non aggiungere. Dev’essere un processo gioioso, non penoso. È entusiasmante vedere il proprio testo che prende il volo, appena lo liberiamo dalla zavorra (secondarie implicite, aggettivi inutili, ripetizioni, due “che” nella stessa frase). Purtroppo quest’impostazione è rara. A molti giovani colleghi, appena iniziano a lavorare in una redazione, viene chiesto di produrre tanto, in fretta e da soli. Per pochissimi soldi, oltretutto. Un cottimismo professionale che non porta da nessuna parte.
Inflaziona il prodotto, invece; stanca il lettore; banalizza le firme e non aiuta a crescere. Ricevo confidenze inquietanti, in proposito. Non ho la bacchetta magica, e non posso cambiare i metodi di una parte del giornalismo italiano. Posso provare ad aiutare chi lavora con me, però. È la parte più affascinante del mio incarico, devo dire. Non c’è solo la scrittura. Anche sul conflitto d’interessi ho spiegato che la stesura di cavillosi regolamenti interni è inutile. Una regola basta: non fate nulla che vi metterebbe in imbarazzo davanti ai lettori e ai colleghi. Quattordici parole.
«Corriere della sera - Suppl. 7» dell'11 maggio 2017

17 febbraio 2017

«I nostri figli e l’uso di cannabis. Troviamo il coraggio di parlarne»

Il dibattito dopo il caso di Lavagna
di Elena Tebano
Gli esperti: i divieti servono, ma bisogna distinguere uso ricreativo e palude quotidiana. «La trasgressione è un tiro alla fune, un figlio si aspetta che il genitore regga»
Del suicidio del ragazzo di Lavagna Alberto Pellai, milanese, medico e psicoterapeuta dell’età evolutiva, ha parlato con le figlie adolescenti: «Cosa avreste fatto voi, se vi foste trovate nella sua situazione?» ha chiesto. Una domanda dolorosa anche solo a pensarla e parallela a quella che chiunque si è posto al cospetto di questa vicenda: come reagire di fronte a un figlio che fuma hashish o marijuana? Esiste un’alternativa tra l’impotenza della semplice repressione (chiamare le forze dell’ordine) e quella speculare del lasciar correre perché «tanto-ormai-lo-fanno-tutti»?
«Il ruolo dei genitori è problematizzare il consumo di sostanze nell’adolescenza, che comunque è sempre a rischio e lo è tanto più quanto è precoce l’età in cui si inizia — spiega Pellai —. Domandare ai ragazzi e alle ragazze cosa avrebbero provato al suo posto significa dire: ne possiamo parlare. E quindi che a tutto c’è una soluzione. La scelta di saltare nel vuoto, un gesto violentissimo e irreversibile spesso deciso dai ragazzi in 15 secondi, viene invece anche dall’incapacità di dare parole a un groviglio di emozioni negative, che magari si presentano tutte insieme: paura per le forze dell’ordine in casa, rabbia perché ti senti i genitori sul collo, tristezza perché stai deludendo te stesso e chi ti vuole bene».

Il messaggio ai figli
Non ci possono però essere ambiguità: «Gli adulti devono far passare l’idea che in un percorso di crescita non c’è spazio per le sostanze psicotrope, che usarle come un tampone per gli sbalzi emotivi che gli adolescenti provano è una falsa soluzione: significa non voler sentire la fatica o il disagio interiori invece di costruire una risposta nelle relazioni e nelle realtà che risolva davvero il problema» chiarisce Pellai. È un compito difficile, ma imprescindibile: «La trasgressione è spesso un tiro alla fune, un figlio si aspetta che il genitore dall’altra parte lo regga, che ci metta la forza e non rinunci al suo ruolo».

La paura dei genitori
A rendere tutto più complicato c’è spesso la paura degli adulti: che farsi le canne equivalga per i figli a una condanna, l’entrata in un tunnel da cui non c’è uscita. «Invece distinguere è fondamentale perché non sempre il consumo di cannabis è la spia di una grave situazione di disagio: le ricerche dicono che il 15% dei ragazzi tra i 15 e 19 anni lo fa una o due volte al mese a fini socio-ricreativi, per stare nel gruppo — dice Leopoldo Grosso, psicoterapeuta e presidente onorario del Gruppo Abele —. Ai genitori preoccupati chiedo: vostro figlio cos’altro fa? Continua ad andar bene a scuola, a praticare sport e avere compagnie con cui non fuma, a coltivare i suoi interessi? Oppure fuma tutti i giorni, ha un profitto scolastico fallimentare, ha perso interesse nelle altre attività, si è chiuso nella cerchia delle persone con le quali fuma e ha abbandonato i vecchi amici?». Si tratta di capire insomma se gli adolescenti fumano per adeguarsi ai pari oppure se è una loro modalità per esprimersi.

La giusta reazione
«Nel primo caso — afferma Grosso — è un comportamento a cui prestare attenzione, ma probabilmente solo una fase. È necessario comunque che i genitori pongano limiti, chiarendo che non lo condividono, vietando di farlo in casa o negando i soldi per comprare le sostanze, ma senza demonizzare. Nel secondo caso c’è invece una grave situazione di disagio, la palude di un fallimento evolutivo».
Allora bisogna chiedere aiuto agli specialisti: dagli sportelli psicologici delle scuole ai consultori familiari ai servizi anti-dipendenze delle Asl. «Ma è fondamentale — avverte Grosso — che l’intervento sia incentrato sulle difficoltà irrisolte: i rapporti interpersonali, quelli familiari, la scarsa autostima».
In generale, anche di fronte al consumo sporadico è bene cercare interlocutori per capire come stanno i ragazzi: «Rivolgersi a tutti gli adulti che hanno a che fare con loro, professori, allenatori, educatori — dice Paolo Rigliano, responsabile del servizio psichiatrico degli ospedali San Paolo e San Carlo di Milano —. Poi nel quotidiano ai genitori e a noi tutti spetta il compito più difficile: contrastare l’idea oggi diffusissima che l’alterazione degli stati mentali sia una cosa positiva. Vale anche per l’alcol: ormai non si riesce a stare bene senza stravolgersi». È la risorsa e la difesa più grande che possiamo dare agli adolescenti: insegnare loro a entrare (e restare) in contatto con se stessi.
«Corriere della sera» del 16 febbraio 2017

31 gennaio 2017

Filmare un uomo sbranato da una tigre è da sciacalli?

di Luca Mastrantonio
In Cina, in uno zoo a Ningbo (Shanghai), domenica un uomo è stato attaccato e sbranato da un gruppo di tigri, una delle quali è stata abbattuta per recuperare l’uomo, poi morto in ospedale. Alla scena hanno assistito anche la moglie e i due figli dell’uomo che aveva scavalcato il muro del recinto per non pagare il biglietto. Le associazioni animaliste hanno protestato per le condizioni di cattività che rendono le tigri più aggressive. YouTube e i social intanto si sono riempiti di video dell’accaduto.
Qualcuno, tra i commenti, ha notato un fatto che dovrebbe sorprenderci, ma forse siamo così assuefatti alla dipendenza tecnologica da ignorarlo: sugli spalti ci sono persone che filmano tutto con il proprio cellulare. Lunghissimi minuti in cui i felini attaccano l’uomo; qualcuno urla, le guardie intervengono, e in tanti mettono a fuoco la scena sugli schermi, per riprendere al meglio il numero fuori programma, che trasforma lo zoo in un’arena mediatica; e trasforma però quelli che filmano l’uomo senza sapere se ce la farà, se è già cadavere o respira ancora, in sciacalli.
Un voyeurismo circense che ben conoscono lettori e telespettatori della di Hunger Games, dove le prove assassine dei concorrenti sono seguite da tutti gli abitanti dei distretti assoggettati a una specie di Grande Fratello sadico, un Minotauro mediatico che esige il suo tributo di sangue.
Torna alla mente, per chi ha visto la serie tv Black mirror, la puntata Orso bianco, dove i visitatori di un parco assistono e riprendono la caccia che alcuni uomini danno a una donna. Si muovono come zombie acerbi perché ancora vivi, lobotomizzati quasi dal voyeurismo cui danno sfogo.
Non è tutta colpa del mezzo, certo. In parte è la versione digitale e globale della stupida curiosità che causa rallentamenti, pericolosi, in autostrada, di chi si ferma per vedere l’incidente nell’altra corsia.
Ma siamo oltre la morbosità per un evento cruento; o il cinico sollievo di osservare a quali sventure si è scampati; c’è una bulimia della realtà, anche la più cruda, da catturare con i cellulari nell’illusione di poterla vivere di più, perché rivista, condivisa. È però è un’autoipnosi pericolosa, simile a quella che colpì il protagonista del libro di Luigi Pirandello, I quaderni di Serafino Gubbio operatore (1916), che riprende un attore sbranato da una tigre. Alienato, muto per lo choc, finisce di essere umano e diventa, meccanicamente, una mano.
«Corriere della sera» del 30 gennaio 2017

17 gennaio 2017

I no impossibili dei genitori ai loro ragazzi

Il delitto del Ferrarese
di Antonio Polito
Forse dovremmo rassegnarci al fatto che non abbiamo un diritto all’amore dei nostri figli. La santa alleanza per l’educazione è venuta meno: la scuola è l’epicentro del conflitto. La cultura del narcisismo
Forse dovremmo rassegnarci al fatto che non abbiamo un diritto all’amore dei nostri figli. Da quando si aggrappano a noi per tirarsi in piedi facendoci sentire onnipotenti, a quando noi ci aggrappiamo a loro per frenarne il delirio di onnipotenza, passa tanto tempo. Ci sembrano sempre nati ieri; ma sedici, diciotto anni sono abbastanza per fare del nostro bambino un individuo dotato di
libero arbitrio, di conseguenza diverso da noi. Talvolta estraneo. O addirittura nemico. Riccardo e Manuel, i due complici del parricidio e matricidio di Pontelangorino di Codigoro, sono una storia a sé. Il loro è un comportamento deviante, materia per giudici e psichiatri. Ma anche quei due adolescenti in fin dei conti sono millennials, come chiamiamo con enfasi anglofona i ragazzi di oggi. E lo sappiamo, ce lo raccontiamo ogni giorno, che tra la generazione Y (ormai quasi Z) e quella dei genitori è aperto oggi un conflitto molto aspro. Ce l’hanno con noi. Sostanzialmente perché stiamo lasciando loro meno benessere di quello che abbiamo trovato.
Insieme con il trasferimento del reddito, si è però interrotto il canale di trasmissione di molti altri beni dai padri ai figli. Di valori, per esempio; di conoscenza storica, di credi religiosi, di senso comune, perfino di lingua (si diffonde un italiano sempre più maccheronico). Si è aperto un vuoto di tradizione, insomma; parola la cui etimologia viene per l’appunto dal latino «tradere», trasmettere. I ragazzi vivono così in un mondo in cui le cose che contano sono diverse da quelle che contano per i genitori. Ma il guaio è che è il loro mondo a essere quello ufficiale e riconosciuto, vezzeggiato e corteggiato, perché sono loro i nuovi consumatori.
Al centro di questo mondo c’è una cultura del narcisismo, per usare l’espressione resa celebre da Christopher Lasch. Lo spirito del tempo ripete come un mantra slogan da tv del pomeriggio: «sii te stesso», «realizza tutti i tuoi sogni», «non farti condizionare da niente e nessuno», «puoi avere tutto, se solo lo vuoi». Più di un’educazione sentimentale è un’educazione al sentimentalismo. Al culto del sé, del successo facile, e del corpo come via al successo, sul modello dei calciatori e delle stelline. I genitori, anche i migliori, sono rimasti soli. È finito il tempo in cui «i metodi educativi in famiglia non venivano smentiti o condannati dal contesto», protesta Massimo Ammaniti ne Il mestiere più difficile del mondo, il libro scritto con Paolo Conti e pubblicato dal Corriere. Oggi invece la smentita è continua.
Nessun rifiuto, nessun limite, nessun «no» che venga detto in famiglia trova una sua legittimazione nel mondo di fuori. Il fallimento educativo che ne consegue è una delle cause, non una conseguenza, della crisi italiana. Ne è una prova il fatto che a parlare del disagio giovanile oggi siano chiamati solo gli psicologi e gli psicanalisti, e non gli educatori: come se il problema fosse nella psiche dell’individuo e non nella cultura della nostra società, come se la risposta andasse cercata in Freud e non in Maria Montessori o in don Bosco. È dunque perfino ovvio che l’epicentro di questo terremoto sia la scuola. E che il conflitto più aspro con i nostri figli avvenga sul loro rendimento scolastico. A parte una minoranza di dotati e di appassionati, per la maggioranza dei nostri figli lo studio è inevitabilmente sacrificio, disciplina, impegno, costanza. Tutte cose che non c’entrano niente con il narcisismo del tempo.
Chiunque abbia figli sa quanto sia dolorosa questa tensione. I ragazzi fanno cose inaudite pur di sottrarsi. L’aneddotica è infinita. C’è la giovane che riesce a ingannare i genitori per anni, fingendo di fare esami che non ha mai fatto ed esibendo libretti universitari contraffatti. C’è il ragazzone che scoppia a piangere come un bambino ogni volta che il padre accenna al tema dello studio. C’è quello che dà in escandescenze. Quello che mette il cartello «keep out» sulla porta della cameretta. Quello che non toglie le cuffie dell’iPod. Padri e madri non sanno che fare: fidarsi dei figli e del loro senso di responsabilità, rischiando di esserne traditi? O trasformarsi in occhiuti sorveglianti, rischiando di esserne odiati? Lo spaesamento è testimoniato dall’espressione che usiamo correntemente nelle nostre conversazioni: «Ciao, che fai?». «Sto facendo fare i compiti a mio figlio». «Far fare», un unicum della lingua italiana, una costruzione verbale che si applica solo alla lotta quotidiana con gli studi dei figli.
Bisognerebbe invece fare qualcosa. Ci vorrebbe una santa alleanza tra genitori, insegnanti, media, intellettuali, idoli rock, stelle dello sport, per riprendere come emergenza nazionale il tema dell’educazione, e sottoporre a una critica di massa la cultura del narcisismo. Ma i miei figli cantano, insieme con Fedez: «E ancora un’altra estate arriverà/ e compreremo un altro esame all’università/ e poi un tuffo nel mare / nazional popolare/ La voglia di cantare non ci passerà».
«Corriere della sera» del 13 gennaio 2017

A scuola per il futuro. Cosa studiare per non essere impreparati quando la tecnologia rivoluzionerà il lavoro

Mentre gli istituti aprono le iscrizioni, una guida alle professioni di domani e a quelli (pochi) che già le insegnano
di Jaime D'Alessandro
C'è tempo fino al 6 febbraio per farsi un'idea del futuro. Ed è bene che sia un'idea chiara, il rischio è di mandare allo sbando i nostri figli. Mentre si aprono le iscrizioni alle scuole primarie, medie e superiori in Italia - tre le settimane a disposizione - diventa sempre più difficile capire il senso della parola "formazione" e immaginare quello che potrebbe avere nei prossimi anni. L'importante quindi è mantenere la calma: con buona probabilità la scelta che faremo sarà quella sbagliata.
Qualcuno si consola rifugandosi nel passato. Davanti ad un liceo romano che ha fatto del rigore il suo marchio di fabbrica, un genitore soddisfatto nota come lì "i ragazzi li facciano studiare come ai vecchi tempi ". Un altro scuote la testa: "È questo il problema: li fanno studiare come quaranta anni fa. E a loro non servirà a nulla se non a bruciargli la giovinezza a forza di compiti".
Oltre la metà dei lavori che verranno svolti fra venti anni devono ancora essere inventati, nel frattempo la metà di quelli che conosciamo verrà automatizzata.
In Europa la rivoluzione tecnologica avrà un impatto tangibile su 54 milioni di persone fra Francia, Germania, Spagna, Inghilterra e Italia stando alla Oxford Economic. In Cina si arriva a 394 milioni, in India a 233. Se lo chiedete agli esperti della Silicon Valley, la risposta più frequente che vi daranno di questi tempi e di non prendere la patente C da camionista perché loro verranno presto soppiantati dai veicoli a guida autonoma. Peccato che analizzare i big data o mettersi a programmare, professioni altamente specializzate e oggi tanto richieste, possono dare qualche garanzia solo nell'immediato. Se la rivoluzione dell'intelligenza artificiale manterrà le sue promesse, né loro né gli avvocati o i radiologi saranno al riparo. In un mondo dai ritmi accelerati, dove le macchine apprendono da sole, le professioni verranno create e soppresse a ciclo continuo. E allora cosa far studiare a chi entra a scuola oggi è un quesito che non ha una risposta se si vuole andare sul sicuro.
"Imparare bene a scrivere e parlare la propria lunga e almeno una straniera, oltre alla scienza, storia e matematica servirà sempre", avverte Salvatore Giuliano, dirigente del Majorana di Brindisi, istituto pubblico dove i testi sono digitali e condivisi e le classi hanno perduto le pareti aprendosi al mondo. "Lo sforzo vero va fatto sul metodo: lavorare in gruppo, far circolare le idee, sperimentare. Come avviene nel mondo del lavoro che funziona. E incoraggiare il "pensiero divergente": la scuola e la società italiana insegnano a rispondere in un solo modo ad una domanda, quando invece le risposte possibili sono sempre molte di più".
All'atto pratico non resta che frequentare gli "open day" delle medie e dei licei, quando vengono aperte le porte ai genitori, cercando di non farsi abbindolare da una vetrina che come vetrina è stata pensata e non è detto rifletta pienamente la realtà delle cose.
Ma che serva un percorso aperto è chiaro a tutti. O meglio, a molti. A Milano quattromilacinquecento studenti hanno preso d'assalto i mini corsi organizzati gratuitamente da Sky nella sua sede. I ragazzi realizzano un telegiornale usando apparecchiatura professionale in quattro studi diversi e tornano a casa con il loro montato e un software per proseguire a divertirsi a casa sul pc. Tutto pieno fino al prossimo anno e le classi cominciano ad arrivare anche dal centro e sud Italia.
Tornando ai numeri il European Centre for the Development of Vocational training (Cedefop) dell'Unione europea, sostiene che da qui al 2025 delle 107 milioni di opportunità di lavoro, circa 46 milioni saranno lavori altamente qualificati, dunque con una preparazione alle spalle che è di livello universitario o fortemente specializzata. Seguiti da 43 milioni di lavori mediamente qualificati. Solo 10 milioni saranno quelli per i quali non serve una particolare preparazione. E negli Stati Uniti la musica è la stessa. Imparare a confezionare un video quindi può tornare anche utile. I video già ora rappresentano il 55 per cento del traffico dati da mobile. E nessuno prevede una diminuzione ma anzi, un aumento esponenziale.
"Torniamo sempre al solito punto: non sappiano cosa servirà domani con esattezza", racconta Riccardo Donadon, fondatore a Venezia di quella strana realtà chiamata H-farm che dalle startup e dall'innovazione per le aziende ora è passata alla formazione di studenti fra i sei e i 17 anni. "La scuola deve essere divertente. Se tutto cambia, l'unica è divertirsi a imparare. Imparare in forma continua. Puntando sulla tecnologia e allo stesso tempo sulla parte umanistica. La sbornia da digitale è controproducente senza questa base di fondo".
A Fabrica, che sorge poco distante e che da anni sforna talenti legati alla comunicazione e alla creatività, la pensano allo stesso modo. "La curiosità", spiega Carlo Tunoli, che dirige l'istituto. "Non conosco altro metodo. La parte tecnico-scientifica ha un ruolo di grande
impatto. Ma io personalmente non sottovaluterei la filosofia. Apre la mente e ti prepara all'inaspettato". Ecco: prepararsi all'inaspettato, assumere le basi, frequentare una scuola dove l'apprendere sia divertimento. Incrociando le dita e sperando che tutto vada per il meglio.
«la Repubblica» del 17 gennaio 2017

Se il totalitarismo è giudiziario

di Pierluigi Battista
A Roma non si sa dove e quando e come potranno essere collocate le bancarelle dei libri (che ci sono da sempre, e sono un meraviglioso momento di sosta) perché lo deve stabilire la magistratura. Nel Texas la Apple è stata messa sotto accusa giudiziaria perché un automobilista, usando FaceTime mentre era alla guida, aveva violentemente urtato un’altra macchina provocando la morte di una bambina che era a bordo. La colpa è di aver inventato la app per le videochiamate senza la funzione che la disattiva nei veicoli in movimento. Cioè la colpa non è solo del deficiente criminale che fa videochiamate mentre guida, ma della società che non ha previsto l’esistenza di un deficiente criminale che guarda dentro al telefonino ammazzando la gente con la macchina che guida. Intanto in Italia si stabilisce che le leggi elettorali non le fa il Parlamento ma la Corte Costituzionale. La quale Corte Costituzionale aveva già deliberato su importanti provvedimenti di politica economica del governo, come l’intervento sulle pensioni. Con l’approvazione della legge sulle unioni civili, pare non abbia molta importanza la disciplina della stepchild adoption perché valuteranno i magistrati caso per caso. E del resto, l’assenza di una legge sul testamento biologico demanda alla magistratura anche l’ultima parola sui temi decisivi come la vita e la morte. La magistratura francese può decidere se a un intellettuale è permesso di sottolineare i pericoli dell’islamismo politico senza essere portato in tribunale come «islamofobo». In Italia la magistratura può disporre il sequestro giudiziario, con conseguenze economiche notevolissime, della centrale termoelettrica di Vado Ligure mentre in un’altra regione un’altra centrale identica può continuare a lavorare con gli stessi livelli di inquinamento accertati dalle autorità sanitarie e ambientali. Cosa ci dice questa macedonia di casi tanto diversi tra loro? Cosa hanno in comune tutti questi episodi? Hanno in comune in tutto il mondo lo strapotere della dimensione giudiziaria su ogni altro aspetto della vita pubblica. La «giuridicizzazione» radicale e totale dei rapporti sociali, politici, economici, antropologici in cui si imbatte l’umanità. L’idea che l’ultima parola spetti sempre a un’autorità giudiziaria. In Italia e ovunque. Vi sentite tranquilli nel mondo del totalitarismo giudiziario?
«Corriere della sera» del 15 gennaio 2017

09 gennaio 2017

Educare, non solo istruire. Contro il buonismo di stato

Una emergenza nazionale
di Susanna Tamaro
Questa scuola sommamente democratica, che da troppo tempo ha smesso di pretendere, è una scuola sempre più classista. Chi può, infatti, già da tempo manda i figli negli istituti privati, se non all’estero; chi ha meno possibilità ma è consapevole della catastrofe, supplisce con l’impegno personale
Non so quanti spettatori abbia avuto il nuovo reality della Rai Il Collegio. Non essendo un’esperta di format non so dire quanto di quello che ho visto sia reale o sia invece frutto di una forzatura drammaturgica degli sceneggiatori. Certo che ad assistere alle prestazioni scolastiche di questo drappello di simpatici adolescenti c’è da rimanere davvero turbati. Davanti a una cartina muta dell’Italia, le Marche sono state scambiate per la Puglia e le città citate qua e là senza cognizione alcuna della loro reale posizione. Per non dire della lezione di storia, in cui i ritratti di Mazzini e Cavour risultavano praticamente sconosciuti ai più, o della lezione di matematica in cui un problema di quinta elementare degli anni 60 è stato risolto solo da una ragazza che ha ammesso di amare la matematica. Che questa non sia finzione ma triste realtà ce lo confermano le statistiche internazionali che ci hanno visto precipitare nelle graduatorie Ocse di due punti in un solo anno, relegandoci al 34° posto su 70 paesi. Ci difendiamo a stento nella matematica, mentre nel campo delle lettere e delle scienze l’ignoranza risulta pressoché assoluta. Del resto anche i dati nazionali ci confermano che il numero di persone capaci di leggere un testo e di capirne il significato sia calato di anno in anno in maniera esponenziale.
Si è parlato molto della Buona Scuola come di una riforma determinante, purtroppo — posto che tutte le riforme sono un segno di buona volontà e perfettibili — non sembra per il momento essere riuscita ad intaccare la degradata fossilizzazione del nostro sistema educativo. Introdurre i tablet, le mitiche lavagne interattive, facendo credere che l’àncora di salvezza stia nella modernizzazione informatica è un po’ come mettere del cerone su un volto ormai devastato dalle rughe. E inoltre, come ben spiega Adolfo Scotto di Luzio nel suo bel saggio Senza educazione, per non far sì che le nostre aule si trasformino in un museo del modernariato l’informatizzazione richiederebbe un enorme impegno economico, impossibile da sostenersi senza il contributo di realtà esterne.
È indubbio che il primo passo verso questo inarrestabile degrado sia da far risalire alla riforma compiuta negli anni ottanta del secolo scorso. Fu allora che la scuola elementare, in omaggio al mondo anglosassone, venne trasformata in primaria, avviandola verso una rapida «liceizzazione», abolendo l’insegnante unica per venire incontro ai sindacati, da sempre gli unici veri interlocutori del Ministero. Così i pensierini sono stati sostituiti dall’analisi del testo, la grammatica — «sul qui e sul qua l’accento non va», ricordate? — è stata rimpiazzata da schede prestampate; al posto delle ciliegie da sommare e delle torte da frazionare sono comparse le corrispondenze biunivoche e le entità equipotenti. Per non parlare del riassunto e del ripetere un testo a memoria: cancellati con un colpo di spugna in quanto richiedevano troppo sforzo. In un mondo che insegue ormai unicamente ciò che è fluido, l’idea che esistano dei principi fondanti nel sapere — gli elementi, appunto, cioè qualcosa di universale e stabile nel tempo — non può che venir considerata obsoleta e anacronistica.
Il disastro dei ragazzi che confondono le Marche con la Puglia, che scrivono, come mi è capitato di leggere in una tesi di laurea «s’eppure» oppure «io, vado, a casa,» e che davanti ad una foto di Mussolini balbettano incerti sul nome. «Maurizio?» e poi si giustificano dicendo, a pochi mesi dalla maturità, «veramente non l’abbiamo mai fatto…» è un disastro partorito da un sistema che, in nome del lassismo, della demagogia, del vivi e lascia vivere «tanto l’importante è il pezzo di carta», ha costantemente abbassato il livello delle pretese. È anche colpa di un sistema politico che ha sempre considerato il Ministero dell’Istruzione come un jolly da tirar fuori dal cappello nei momenti di bisogno, una botta ai sindacati, una botta ai concorsi, un po’ di fumo soffiato in faccia alle famiglie per mascherare che sotto il fumo non c’era nessun arrosto e avanti così, inventando pompose rivoluzioni che, alla prova dei fatti, si sono mostrate, per lo più, drastiche involuzioni. Delle famose tre «I» — Informatica, Inglese, Impresa — che cos’è rimasto? Aule intasate di computer obsoleti e generazioni di ragazzi che dopo tredici anni di studio della lingua e grammatica inglese sono totalmente incapaci di sostenere anche una minima conversazione dell’agognato idioma. La «I» di impresa non la cito neppure perché il più delle volte la sua stessa realizzazione è stata falciata sul nascere da una burocrazia ottusamente elefantiaca e dai capestri delle banche.
Diciamolo una volta per tutte. Questa scuola sommamente democratica, che da troppo tempo ha smesso di pretendere dai suoi studenti — e dunque di educare — è una scuola sempre più classista. Chi può, infatti, già da tempo manda i figli negli istituti privati, se non all’estero; chi ha meno possibilità ma è consapevole della catastrofe, supplisce con l’impegno personale — ripetizioni, corsi estivi, etc. Per tutti gli altri non c’è che la deriva del ribasso, l’andare avanti di inerzia con la costante consapevolezza che impegnarsi o non impegnarsi in fondo sia la stessa cosa.
L’educazione è la vera e grande emergenza nazionale. Non essere gravemente allarmati e non fare nulla per risolverla vuol dire condannare il nostro Paese ad una sempre maggior involuzione economica e sociale. Che adulti, che cittadini, che lavoratori saranno infatti i ragazzi di queste generazioni abbandonate alla complessità dei tempi senza che sia stato loro fornito il sostegno dei fondamenti? Sono stati cresciuti con il mito della facilità, del tirare a campare, ma la vita, ad un certo punto, per la sua stessa natura pretenderà qualcosa da loro e gli eventi stessi inevitabilmente li porranno davanti a delle realtà che di facile non avranno nulla. Allora, forse, rimpiangeranno di non vere avuto insegnanti capaci di prepararli, di educarli.
Già, educare! Termine reietto, spauracchio dell’abuso e della diseguaglianza. Non sarà per questo che in Italia il nostro Ministero, diversamente che in Inghilterra, è chiamato dell’Istruzione non dell’Educazione? Sono la stessa cosa? Non proprio, perché istruire - cito il dizionario della lingua italiana — vuol dire «far apprendere qualcuno le nozioni di una disciplina» mentre educare vuol dire «formare, con l’insegnamento e con l’esempio, il carattere e la personalità dei giovani, sviluppando le facoltà intellettuali e le qualità morali secondo determinati principi». Educare richiede l’esistenza di un principio di autorità, principio ormai scomparso da ogni ambito della vita civile. Chi educa oggi? Le poche famiglie che caparbiamente si intestardiscono a farlo si trovano a vivere come salmoni controcorrente. Il «vietato vietare», con la rapidità osmotica dei principi peggiori, ormai è penetrato ovunque, distruggendo in modo sistematico tutto ciò che, per secoli, ha costituito il collante della società umana.
Dalle maestre chiamate per nome, ai professori ai quali si risponde con sboccata arroganza, al rifiuto di compiere qualsiasi sforzo, all’incapacità emotiva di reggere anche una minima sconfitta: tutto il nostro sistema educativo non è altro che una grande Caporetto. Agli insegnanti validi — e ce ne sono tanti — viene pressoché impedito di fare il loro lavoro, anche per l’aureo principio, tipicamente italiano, per cui un eccellente ombreggia i mediocri che non vogliono essere messi in discussione nella loro quieta sopravvivenza. Abbiamo il corpo insegnante più anziano d’Europa, il gran caos demagogico dei concorsi ha paralizzato il naturale ricambio generazionale e la miserabile retribuzione della categoria ha trasformato l’insegnamento in una sorta di sine cura per molti.
In realtà insegnare è un lavoro altamente usurante, richiede energie enormi, intelligenza della mente e del cuore, passione per la materia e una visione costruttiva del futuro. Fin da subito dunque migliori risorse economiche andrebbero destinate proprio alla classe docente, cominciando a restituire agli insegnanti, oltre alla dignità, l’autorità necessaria per educare veramente le giovani generazioni. Solo così la scuola tornerà ad essere una possibilità di crescita offerta a tutti, e non solo ai pochi privilegiati che si possono permettere la fuga dal demagogico lassismo dello Stato.
«Corriere della sera» dell'8 gennaio 2017

05 gennaio 2017

Il successo di Alberto Angela, una lezione per la Rai

L’unica strada per uscire dal tunnel imboccato ai tempi del duopolio con Mediaset (che portò a una omologazione miseramente «al basso» del prodotto) è puntare sulla qualità, perno identitario del servizio pubblico
di Paolo Conti
Partiamo dalle cifre: 14 milioni di persone hanno visto, martedì alle 21 in prima serata su Raiuno, «Stanotte a San Pietro» di e con Alberto Angela, con un ascolto medio di 6 milioni di persone e uno share di oltre il 25%. Era dal 2003, sottolineano a viale Mazzini, che un programma di divulgazione culturale non otteneva un successo clamoroso come questo. La Rai, lo sappiamo, è in una vistosa crisi legata alla progressiva decadenza della tv generalista e alla parallela crescita dell’offerta digitale e dei grandi distributori di contenuti su tutte le piattaforme, Netflix è forse l’esempio più eloquente.
Il risultato di Alberto Angela è la prova plastica di ciò che tanti continuano, e inutilmente, a raccomandare alla Rai: l’unica strada per uscire dal tunnel imboccato ai tempi del duopolio con Mediaset (che portò a una omologazione miseramente «al basso» del prodotto) è puntare sulla qualità, perno identitario del servizio pubblico. Ma la qualità, la serata di Angela lo dice, non è noia (come teorizzano certi «maghi del palinsesto» pronti a mettere mano ai reality per fare cassa e ascolti) ma intrattenimento, scoperta, legame con le radici culturali, racconto storico-artistico, bellezza tecnica delle immagini. Difficile, certo, perché ci vuole conoscenza e professionalità. Ma non impossibile.
È ovvio che mezza Rai oggi alzi il vessillo della vittoria, con certi numeri è fin troppo facile. Il problema è il passo successivo: cioè continuare a credere in questa scommessa editoriale, in un cambiamento di rotta che può portare solo dati positivi non solo in termini di share ma anche nella società diffusa. Un prodotto di qualità attira diverse generazioni davanti al video, favorisce lo scambio delle idee e delle opinioni, spinge ad altre avventure culturali. Festeggiare è ovvio, a patto che domani non si dimentichi tutto nel nome dell’ennesimo, triste, Talent visto e stravisto.28 dicembre 2016
«Corriere della sera» del 28 dicembe 2016

04 gennaio 2017

Il giudice è il lettore

Nel dibattito sui falsi che circolano in rete non siamo noi i colpevoli. La prima responsabilità ricade infatti su chi da anni predica l’inutilità di esperienza e competenza
di Mario Calabresi
L’Italia è al 77esimo posto nella classifica della libertà di stampa, dietro Paesi africani come Burkina Faso e Benin. Il motivo? Non quello che pensano i detrattori del nostro giornalismo, ovvero l’asservimento al potere, ma il contrario: troppi sono i giornalisti minacciati dalle mafie e dalla criminalità organizzata per le loro inchieste su malaffare e corruzione. Come se non bastasse abbiamo il record delle cause contro i giornali intentate dai politici, che mal sopportano l’idea che qualcuno faccia loro le pulci o li critichi e così ricorrono ai tribunali con evidente scopo intimidatorio.
Non da ieri si è aggiunto alla schiera dei politici che vorrebbero mettere la museruola ai giornalisti anche Beppe Grillo. Evidentemente infastidito dall’idea che qualcuno rompa l’incantesimo a 5 Stelle e denunci corruzione, incapacità e opacità delle amministrazioni a lui legate, come sta accadendo a Roma.
Sarebbe sbagliato orchestrare una difesa d’ufficio del giornalismo italiano, senza dubbio non esente da pecche e peccati, ma nel dibattito sui falsi che circolano in rete non siamo noi i colpevoli. La prima responsabilità ricade infatti su chi da anni predica l’inutilità di esperienza e competenza, per cui chiunque può concionare su vaccini, scie chimiche, chemioterapia o cellule staminali con la pretesa di avere in tasca una verità popolare, da nulla suffragata se non da un sentimento di massa.
I danni che questo nuovo conformismo della Rete sta facendo al dibattito pubblico sono incalcolabili. Grillo propone una giuria popolare di fronte alla quale trascinare i direttori per far loro ammettere gli errori a testa bassa. Se l’idea della giustizia popolare non facesse venire alla mente precedenti storici drammatici, sarebbe da riderci sopra. E quanto ai tribunali, esistono già e continuamente si occupano di direttori chiamati a rispondere per quanto scritto sui loro giornali. A Grillo piace l’idea di una giustizia fai da te, come quella che decide espulsioni e ammende all’interno del movimento.
A noi, però, preoccupa di più il danno che la propaganda grillina arreca al tessuto sociale, alla fiducia nell’informazione
e il farsi strada dell’idea che il giornalismo sia establishment a cui contrapporre il popolo. Il nostro popolo è la comunità dei lettori, che è anche il nostro unico giudice. Il suo verdetto lo emette ogni mattina, decidendo se leggerci o no.
«la Repubblica» del 4 gennaio 2017

01 gennaio 2017

Consigli di lettura per chi dice no al presepe

Interessante la testimonianza contenuta nel libro «L’Iran oltre l’Iran» di Alberto Zanconato: «Nei due decenni che ho passato in Medio Oriente non ho incontrato un solo musulmano che si sentisse offeso da alberi di Natale e presepi»
di Gian Antonio Stella
Il cappellano del cimitero di Cremona, don Sante Braggiè, che si è rifiutato di allestire il presepe per il «rispetto verso altre religioni e la volontà di non entrare in dinamiche politiche» dovrebbe leggere un po’ di più. Se aprisse ad esempio il libro «L’Iran oltre l’Iran» di Alberto Zanconato, a lungo corrispondente dell’Ansa a Teheran e oggi a Beirut, troverebbe queste righe: «Tra i seguaci del Politicamente Corretto ci sono coloro che vorrebbero vietare i festeggiamenti di Natale nelle scuole per non urtare la sensibilità dei bambini musulmani e dei loro genitori. Nei due decenni che ho passato in Medio Oriente non ho incontrato un solo musulmano che si sentisse offeso da alberi di Natale e presepi».
Inoltre, prosegue, «Gesù è uno dei più importanti profeti dell’Islam e Maria una figura tra le più venerate dai musulmani. Reza, un amico iraniano che non mancava di recitare quotidianamente le preghiere, non beveva alcol e osservava coscienziosamente il digiuno del Ramadan, mi chiese un giorno, mentre partivo per le vacanze in Italia, di portargli al mio ritorno le statuine del presepio, per suo figlio. Diverse volte per Natale la televisione di Stato di Teheran ha trasmesso un film sulla Madonna di Lourdes, e i presidenti iraniani non mancano di fare gli auguri al Papa e a tutti i cristiani». Nel 2006 perfino l’allora presidente Mahmud Ahmadinejad, considerato un integralista, «ricordò la credenza degli sciiti secondo la quale Gesù tornerà sulla Terra al fianco del loro dodicesimo Imam, il Mehdi, nel giorno della riapparizione di quest’ultimo per “porre termine alla tirannia” insieme a lui. Gesù, diceva l’ayatollah Rouhollah Khomeini, il fondatore della Repubblica islamica, “era un grande profeta”. Anzi, secondo il Corano, è stato un profeta fin da quando era nella culla”».
E parliamo, ovvio, della culla di Betlemme. Dove spicca la figura della Madonna. La quale, come ha ricordato sul Corriere Vittorio Messori, è amata in tutto il mondo islamico: «Il Corano dedica alla Madre di Gesù un’intera Sura, ne fa il nome venerato per 40 volte, l’innalza sino al fianco di Fatima, la figlia prediletta del Profeta, le affida un ruolo di maternità misericordiosa, ne difende l’onore contro gli ebrei che la diffamano (la “calunnia mostruosa” sulla sua verginità che provocherà “il castigo di Dio” e “l’ira dei credenti” contro Israele, dice il Testo sacro)». A farla corta: Dio ci scampi dai fanatici del presepe usato come vessillo identitario. Ma anche dai sacerdoti del politicamente corretto ...
«Corriere della sera» del 27 dicembre 2016