21 gennaio 2011

Oscar Wilde (1854-1900), Il ritratto di Dorian Gray: prefazione (1891)

Wilde premette al romanzo una serie di affermazioni spiazzanti e provocatorie, con le quali intende abbattere i luoghi comuni del pensiero borghese sull’arte e l’artista
L'artista è il creatore di cose belle.
Rivelare l'arte e nascondere l'artista è il fine dell'arte.
Il critico è colui che può tradurre in diversa forma o in nuova sostanza la sua impressione delle cose belle.
Tanto le più elevate quanto le più infime forme di critica sono una sorta di autobiografia.
Coloro che scorgono brutti significati nelle cose belle sono corrotti senza essere affascinanti. Questo è un errore.
Coloro che scorgono bei significati nelle cose belle sono le persone colte. Per loro c'è speranza.
Essi sono gli eletti: per loro le cose belle significano solo bellezza.
Non esistono libri morali o immorali. I libri sono scritti bene o scritti male. Questo è tutto.
L'avversione del diciannovesimo secolo per il realismo è la rabbia di Calibano che vede il proprio volto riflesso nello specchio.
L'avversione del diciannovesimo secolo per il romanticismo è la rabbia di Calibano che non vede il proprio volto riflesso nello specchio.
La vita morale dell'uomo è parte della materia dell'artista, ma la moralità dell'arte consiste nell'uso perfetto di un mezzo imperfetto. L'artista non desidera dimostrare nulla. Persino le cose vere possono essere dimostrate.
Nessun artista ha intenti morali. In un artista un intento morale è un imperdonabile manierismo stilistico.
Nessun artista è mai morboso. L'artista può esprimere qualsiasi cosa.
Il pensiero e il linguaggio sono per un artista strumenti di un'arte.
Il vizio e la virtù sono per un artista materiali di un'arte.
Dal punto di vista formale il modello di tutte le arti è l'arte del musicista. Dal punto di vista del sentimento il modello è l'arte dell'attore.
Ogni arte è insieme superficie e simbolo.
Coloro che scendono sotto la superficie lo fanno a loro rischio.
L'arte rispecchia lo spettatore, non la vita.
La diversità di opinioni intorno a un'opera d'arte dimostra che l'opera è nuova, complessa e vitale.
Possiamo perdonare a un uomo l'aver fatto una cosa utile se non l'ammira. L'unica scusa per aver fatto una cosa inutile è di ammirarla intensamente.
Tutta l'arte è completamente inutile.

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Analisi del testo
(Bologna-Rocchi, Rosa fresca aulentissima, vol. 5)

La Bellezza salva
La Prefazione concentra in sé, nel tono sentenzioso tipico di Oscar Wilde, una serie di “precetti” artistici, tra i quali salta all’occhio l’idea provocatoria che l’arte non sia né morale né immorale, ma funzioni come lo specchio di chi l’osserva: «Quanti scorgono buone intenzioni nelle belle cose, sono spiriti raffinati. Per essi c’è speranza», e ancora: «L’arte in verità non rispecchia la vita, ma lo spettatore». E Wilde si spinge oltre, affermando che: «Eletti son gli uomini ai quali le belle cose richiamano soltanto la Bellezza». Si delinea così una religione del Bello che eleva gli spiriti e li distingue, perché in essi è già per così dire racchiusa.
Una sentenza, fra le tante, appare risolutiva: «Non esistono libri morali o immorali come la maggioranza crede. I libri sono scritti bene, o scritti male. Questo è tutto».
Nell’orgogliosa rivendicazione finale dell’inutilità dell’arte, Wilde si contrappone al perbenismo e all’utilitarismo borghesi, alla mentalità per la quale tutto deve avere profitto e tornaconto. Proprio perché futile, invece, l’arte secondo Wilde è preziosa, in quanto libera l’uomo dalla schiavitù degli oggetti e costituisce uno spazio inviolabile di libertà personale.
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(Baldi-Giusso-Razetti-Zaccaria, Dal testo alla storia. Dalla storia al testo, edizione modulare, volume 3/1: La Scapigliatura, il Verismo, il Decadentismo, p. 179)
Stile concettoso e aforistico
Nella Prefazione al Ritratto di Dorian Gray, Wilde enuncia e riassume i princìpi su cui si basa l'estetismo decadente. Lo stile, perentoriamente concettoso e aforistico, non è privo di oscurità, anche se i punti essenziali della concezione wildiana risultano estremamente chiari.

Bellezza e forma; inutilità del arte - Un pubblico di «eletti»
Risalta, in primo luogo, il culto della bellezza e della forma, considerati come valori fini a se stessi. L'arte non ha alcuno scopo educativo e morale; i vizi e le virtù sono una semplice «materia dell'arte», ma non hanno nulla a che vedere con il significato estetico dell'opera. In questo senso la vera «arte è perfettamente inutile». Di qui la definizione tautologica secondo cui «la cosa bella significa soltanto bellezza»; solo gli «eletti» possono capirla ed apprezzarla, costituendo quindi il pubblico ristretto, particolarmente raffinato e selezionato, al quale si rivolge l'artista decadente.

La vita e la purezza dell'arte
Rispetto all'opera lo scrittore deve rimanere celato non perché il suo punto di vista coincide con quello oggettivo della scienza (come accadeva nella poetica del romanzo naturalista), ma perché la sua vita, come punto di partenza soggettivo, si risolve completamente, sublimandosi e trasfigurandosi, nella compiutezza della creazione. A queste premesse si ispira il principio decadente dell'arte pura, che vale di per se stessa, acquistando un significato assoluto, al di là di ogni contaminazione con la realtà. Si afferma anche, di conseguenza, un nuovo modo di impostare il rapporto arte-vita, nel senso, indicato ancora da Wilde, secondo cui non è l'arte che imita la vita, ma viceversa (si pensi al «vivere inimitabile» di D'Annunzio, che cercò anche di costruire la sua vita come un'opera d'arte).

Il critico come artista
Il carattere intellettualistico e riflesso di questo tipo di letteratura, che non ha nulla di immediato e spontaneo, presenta non pochi elementi di contatto con l'esercizio della critica letteraria. Il critico è colui che collabora a far sprigionare i significati del testo, contribuendo allo stesso processo creativo che l'arte prolunga al di là di sé; l'interprete coincide con l'esteta, con il dandy (cfr. Percorsi e strumenti Glossario) raffinato, rientrando in una ristretta cerchia di «spiriti colti». Anche in questo modo l'arte estende i suoi poteri sulla vita, contribuendo alla formazione di un nuovo costume, oltre che di un nuovo gusto e di una nuova sensibilità.

Il rifiuto della tradizione letteraria
Ne consegue il rifiuto della tradizione letteraria e delle sue tendenze dominanti, il «romanticismo» e il «realismo», perché dipendenti dalla realtà.
Postato il 21 gennaio 2011

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