30 agosto 2010

Cattolici: Risorgimento a caro prezzo

Un inedito dello storico Giorgio Rumi indaga le difficoltà di molti credenti di fronte al nuovo Stato unitario: «La “luce” è la fedeltà alla Chiesa e la possibilità per un papa di non essere cappellano di casa Savoia; l’“ombra” è il costo per il Paese», costretto a fare a meno degli uomini di fede. Che, diceva Meda, «sono i migliori cittadini»
di Giorgio Rumi
Analizzando l’Ottocento e il Novecento italiani, mi sono convinto che manchi un giudizio d’insieme. Abbiamo visto scorrere passioni, odi, tradimenti, denaro e armi – pensiamo al Risorgimento – e non siamo ancora d’accordo: non siamo, cioè, a un giudizio pacificato, né esiste una “verità repubblicana” come in Francia. Sulla vicenda della Questione romana, per esempio, vogliamo chiederci che cosa vi sia di insegnamento per noi? Andiamo al 29 aprile 1848, quando il papa dichiarò che non avrebbe potuto fare il Risorgimento per vari motivi: per non dividere la Chiesa e il cattolicesimo, perché anche gli austriaci erano cattolici. Tutto ciò gli avrebbe impedito di partecipare a fianco dei patrioti: una dichiarazione che avvenne a un mese e mezzo dalle Cinque Giornate. Ciò significa che, in quello che definirei l’acme della passione patriottica, la Chiesa nella sua massima espressione fece un passo indietro. A questo proposito va detto, fra l’altro, che i libri di storia si limitano a riportare da un lato il dato di fatto che i cattolici non volevano il Risorgimento, dall’altro la sua realizzazione su altri princìpi. Non è tuttavia così semplice: pensiamo per un momento a qual è allora il ruolo delle Chiese in Europa. Sono quasi tutte Chiese di Stato, e nessun libro di scuola lo dice. Ciò non avviene solo in Inghilterra, dove il Parlamento e, in ultima istanza, la regina decide sui sacramenti, ma anche in Russia, dove addirittura lo zar presiede qualcosa che potrebbe essere paragonato al concistoro, cioè il vertice ecclesiastico. Nei cantoni svizzeri si vota su ogni dettaglio della liturgia. In Olanda e nei Paesi scandinavi che, oggi, sono diventati aurora di libertà, a quell’epoca la situazione non era tanto diversa e vi assicuro che, per un cattolico, vivere in Svezia nel 1848 era assai problematico. In Inghilterra, solo da dieci anni un cattolico può diventare sottotenente o impiegato di dogana. In tutta Europa, le confessioni protestanti sono confessioni di Stato e la Chiesa cattolica è in regime sostanzialmente concordatario. Sono pronto a sentire le critiche degli esperti, comunque si potrebbero citare anche Spagna, Francia e Austria, Paese in cui, per esempio, l’imperatore propone i vescovi. Fra le cose che ho studiato bene c’è proprio la corrispondenza tra il papa e l’imperatore d’Austria. Di solito se ne evince che le decisioni sono quelle prese dall’imperatore, come accadde a Milano alla morte di Romilli: nell’ultimo giorno di presenza austriaca a Milano, l’imperatore nominò un canonico di nome Ballerini che il governo italiano non avrebbe mai riconosciuto e che, in effetti, non prese mai possesso della sede. Insomma, in tutti i Paesi d’Europa, la religione e la Chiesa sono il fondamento dello Stato e non è in vigore il sistema americano della separazione. Quell’articolo della Costituzione americana secondo cui non si fanno leggi in materia religiosa, non vige in nessuno Stato d’Europa. La norma è il controllo, l’egemonia o un’articolata contrattualistica fra Chiesa e Stato. In nessun Paese la Chiesa è libera: va riferita a Gaisruck una frase secondo cui, pur onorandoci, l’Austria ci legava con «catene d’oro». “Catene”, vorrei sottolineare. Si trattava in altre parole di ossequio: per esempio, lo stesso Gaisruck si intrometteva, insieme al governo, perfino nelle vocazioni.
Non voleva, per esempio, i francescani perché li considerava “inutili”, e il suo giudizio sui gesuiti era che fossero “nocivi”, tanto per intendersi. I primi non potevano attraversare una provincia nella quale il vescovo insediato non li desiderava ed erano spesso arrestati perché mendicanti, fatto inammissibile per l’imperial-regio governo. Le romite, invece, erano gradite.
Lo Stato italiano dunque nacque senza e contro la Chiesa; questa è una circostanza incontrovertibile. Il problema è come valutare questa eccezione europea. La Francia aveva fatto la Rivoluzione, aveva ucciso preti, vescovi, suore e ogni altro tipo di religiosi, ma da cinquant’anni tutto l’ambiente culturale francese era aperto al ritorno del cristianesimo e ciò avrebbe sicuramente influito sul comportamento francese durante il Risorgimento, fino a quel giorno del settembre 1870 in cui i francesi sarebbero dovuti tornare in patria perché avevano perso la guerra con la Prussia. Perché gli storici non hanno mai dato conto del costo di questa vicenda e di questa assenza? Ci si ricordi del non expedit a causa del quale i cattolici non partecipavano alla vita politica della nazione: si poteva essere consiglieri comunali di Roma, ma non deputati. Ancora alle elezioni del 1904, pur essendoci Sturzo, Meda e una considerevole attività politica di area cattolica, i cattolici deputati, non rappresentanti, ma eletti, furono due. Due su 510! Nel 1904, quando tutti noi diciamo che ormai la questione era risolta grazie alle “parallele” di Giolitti dove Chiesa e Stato non si incontravano mai, qualcosa in realtà ancora non tornava. In pratica noi cattolici, alla fondazione di questo Stato, non c’eravamo! Sottolineo come “cattolici” e non come “cristiani”, perché al di là di Gioberti, chiaramente cattolico, e di alcuni altri, gli uomini del Risorgimento erano per lo più cristiani, salvo forse Mazzini. Un “forse” che si deve al mio intento di non addentrarmi nelle cose dello spirito: in ogni caso il re, Vittorio Emanuele II, era cristiano così come Cavour, e lo era, benché un po’ arruffone e proletario, anche Garibaldi. A questo punto bisogna porsi una domanda: come mai, negli altri Paesi, i cattolici sono la crema dello Stato nazionale e in Italia no? Ci si rende conto di questo? Qui sta l’intreccio di luci e di ombre. In uno Stato quale la Francia, per esempio, una delle più alte tradizioni cattoliche è la partecipazione alla République e all’Empire : un buon cattolico fa l’ufficiale di carriera o il diplomatico e tutta la diplomazia francese è un modello culturale di curiosità religiosa. Da noi invece c’è il non expedit.
Così è accaduto che i lombardi, fatta l’Unità, hanno lasciato le cariche statali ai piemontesi e ai meridionali. In Italia, a differenza di altri Paesi, non si è affermato il concetto, se volete un po’ monarchico­feudale, del servizio allo Stato: i cattolici si impegnano in un’altra dimensione che è quella della società. Questa almeno è la mia tesi, mentre lo Stato lo occupa chi c’è (e i nomi li ho già detti: i piemontesi e i residui del Regno delle Due Sicilie), che un buon cattolico non diventa né prefetto, né questore, né provveditore agli studi. Se può, non fa neanche il professore nel regio liceo e costruisce per così dire una specie di realtà parallela, che alcuni chiamano «l’incarnazione della dottrina sociale della Chiesa», non di quella statuale. Mi chiedo allora se ci troviamo di fronte a luci o a ombre. Sono molto incerto perché sostengo, in fin dei conti, che l’Italia abbia fatto un grande sacrificio per il bene della Chiesa. Questo distacco – e dico “distacco” e non “guerra” – dei cattolici ha permesso alla Chiesa di sopravvivere dal punto di vista giuridico-istituzionale per qualche decennio nel momento critico. Non sarà sopravvissuta benissimo, ma non lo ha fatto neanche malissimo. In altre parole, il Vaticano non è stato violentato. Se pensate che la sera del 20 settembre 1870 fu il cardinale Antonelli a chiamare i reali carabinieri dentro la Città leonina, perché noi italiani c’eravamo fermati sulla porta, e che sempre noi italiani non abbiamo interferito nel conclave del 1878, con il nostro atteggiamento si è impedita la costruzione di una Chiesa nazionale italiana che già albeggiava intorno al 1860 e al 1866. Si è quindi sventato uno scisma, una convocazione di preti, vescovi e altri membri del clero che fondassero una Chiesa indipendente da Roma. Ancora luci e ombre, dunque: facciamo un grande sacrificio per la Chiesa, addirittura indebolendo la compagine nazionale dello Stato italiano. Vale a dire che i cattolici italiani sospendono il giudizio sullo Stato – e uso a proposito un verbo neutro. In ogni caso, certamente, non contribuiscono a edificarlo. Allora, la “luce” è la fedeltà alla Chiesa e la possibilità per un papa di non essere cappellano di casa Savoia; l’“ombra” è il costo per il Paese! Vorrei ricordare una frase di Filippo Meda, che mi piace citare dopo don Sturzo: «Il cattolico è il migliore dei cittadini». Si pensi a questo piccolo e grassoccio avvocato di Rho il quale, però, aveva idee chiare: «Noi siamo i migliori», lasciava intendere, «noi dobbiamo partecipare e dobbiamo trasformare questo Paese, quando la Santa Sede dirà di muoverci». È un caso stranissimo in Europa. Negli altri Stati il Vaticano, il nunzio o l’episcopato premono per la nazionalizzazione, per una presenza, per il lievito nella pasta. L’esperienza italiana è invece sospesa dal non expedit e dal conflitto sulla Questione romana. Sono convinto che l’Italia abbia pagato cara la sconfitta dei cattolici liberali nel 1848: è mia opinione che lo Stato sia nato e cresciuto male e tuttora abbia alcune tare congenite. Altro momento di luci e ombre è stato il periodo 1943-1948.
Non vogliamo oggi ammettere, come diceva il re, che l’Italia fosse in pezzi. Si rifletta sul fatto che è stato raso al suolo ogni ponte, sono state sconvolte le ferrovie, è stata distrutta l’amministrazione, e così via. La monarchia, a sua volta, era distrutta e non sto a spiegare come e perché. Ciò non sarà recepito come un complimento, ma è un fatto: c’erano i sintomi, emergenti ogni giorno sempre più gravi dalla storiografia, di sfascio dello Stato nazionale. I francesi nel periodo in questione erano arrivati a Ivrea. Non volevano annettersi solo la Val d’Aosta, ma tornare alla politica di Luigi XIV perché l’Italia, forse, sarebbe potuta diventare un Paese comunista, e quindi reputavano opportuno spostare il confine al di là delle Alpi, oltre lo spartiacque. Di quanto avveniva sul confine orientale, con la Jugoslavia di Tito che premeva, siamo al corrente. E la Sicilia? Non era affatto detto che sarebbe rimasta in Italia. La Sicilia nella storia spesso sta con chi vince: con i forti, con gli inglesi, con Garibaldi, con la mafia e, nel 1943, con gli anglo-americani. Ci sarebbe stata l’Italia? Forse, ma eravamo ad alto rischio di separatismo. Chi c’era allora in Italia, da un punto di vista geopolitico? La Chiesa. Si ricordi che se nel nostro Paese si trovavano cinquemila stazioni di carabinieri, c’erano tuttavia ventisettemila parrocchie e, più o meno, trecento vescovi perché non erano state ancora accorpate molte diocesi di piccole dimensioni. La Chiesa era l’unica realtà nazionale italiana esistente e non nutriva dubbi sulla propria appartenenza nazionale. Si potrebbero citare i casi del vescovo di Trieste Santin e diverse vicende relative alla Val d’Aosta, tutti casi in cui la Chiesa non appoggiava le forze centrifughe. Si vuole usare una metafora? La Chiesa raccolse la corona da terra. Confindustria e Confagricoltura non “regnavano” certamente. Intere province erano in stato di notturna sovversione: a Reggio Emilia e Modena i morti furono centinaia. Eravamo davvero sull’orlo di una guerra civile, che avrebbe creato complicazioni fra Nord e Sud per possibili interventi americani, aprendo scenari inimmaginabili. Competeva alla Chiesa salvare l’Italia o essa ha pagato costi di contaminazione elevati e forse elevatissimi, di cui gli storici giovani daranno conto in seguito? Credo che essa abbia ricoperto un ruolo importante in una situazione anomala, perché la Germania era stata divisa, la Repubblica federale tedesca sarebbe nata cinque anni dopo, in Giappone era stato salvato l’imperatore e il resto veniva “denipponizzato”. Era in atto un’americanizzazione, e oggi gli storici cominciano a riconoscere la particolarità della via italiana. La Chiesa italiana si è addossata un compito; volendo fare un semplice paragone si potrebbe dire che si trattava dei conti-vescovi della situazione, e si potrebbe anche porre la domanda se a pagare fosse il conte o il vescovo. Il prezzo in realtà l’ha pagato il contenuto di fede.
Non a caso ho usato la parola “contaminazione”, che può avere un significato positivo, ma che per esempio – ed è stranissimo – implica che il vescovo diventi un’autorità, fatto mai avvenuto fino al 1929. Il periodo fascista pone grandi problemi, ma negli anni 1943-1948, si videro i vescovi avvicinarsi alle figure dei prefetti, essere depositari non eletti di un potere asincronico, ovvero presenti prima, durante e dopo il fascismo. La Chiesa infatti è uscita dal fascismo con le mani pulite, non con novanta vescovi accusati di collaborazionismo da De Gaulle, che non era certo un comunista. Nessun vescovo italiano, che io sappia, è stato rimosso, mentre, in Francia, si presentò una gravissima questione, quella dei vescovi “fascisti”. Il vescovo italiano più accusato di filofascismo, Schuster, fu considerato il vero difensore della patria, il vero pater patriae, defensor civitatis da tutti, compreso il giornale “l’Unità”, anche se nel 1948 le cose sarebbero cambiate. E pure in questo caso va posto il problema nella forma di un dilemma interiore: quanto costa salvare un Paese? Si guardi la situazione della Chiesa in Spagna, in Portogallo e altrove. Il salvataggio che cosa comporta alla lunga?
Certo sono finiti la contiguità, i parallelismi, i collateralismi, però è stato un processo lento perché subiamo ancora le vecchie tare di uno Stato nato male.
Abbiamo avuto problemi nuovi, fra cui la caduta del sacro; infine, è diffusa tuttora la percezione secondo cui la Chiesa sarebbe stata, se non la mamma della Democrazia cristiana, almeno la sua sorella siamese.
Questo è un problema aperto perché senza dubbio da mettere sul piatto c’è la benemerenza, dico così per modestia, per avere raccolto un Paese in pezzi e averlo orientato verso il suo giusto ruolo, da tutti riconosciuto tale, dai tempi di Berlinguer in poi. E tuttavia permangono le conseguenze di questo sforzo, di questa contaminazione di cui non si è ancora finito di pagare la fattura.

Un fedele praticante non diventa né prefetto, né questore, né provveditore agli studi. Se può, non fa neanche il professore al regio liceo e costruisce per così dire una specie di realtà parallela, che alcuni chiamano «incarnazione della dottrina sociale», non di quella statuale.


Ma in fin dei conti il distacco (non la guerra) dei cattolici ha permesso alla Chiesa di sopravvivere per qualche decennio nel momento critico Il 29 aprile 1848 il papa Pio IX dichiarò che non avrebbe potuto stare coi patrioti per vari motivi: per non dividere la Chiesa, perché pure gli austriaci erano cristiani...


Una dichiarazione che avvenne ad appena un mese e mezzo dalle Cinque Giornate di Milano: ciò significa che, proprio nell’acme della passione patriottica, Roma fece un passo indietro.


Non è tuttavia così semplice: alla fine si sventò uno scisma e il Vaticano non fu violentato
«Avvenire» del 29 agosto 2010

Nessun commento: