13 luglio 2010

Non ci resta che l'oblio se la memoria ci assedia

Lo studioso spagnolo Cruz indaga gli scopi della ricerca storica. La tecnica moderna cancella lo spessore delle distanze temporali
di Paolo Mieli
L'ossessione del ricordo schiaccia il passato sul presente
È giunta l’ora di iniziare a difenderci dal ricordo. Questo l’assunto del nuovo libro di Manuel Cruz, I brutti scherzi del passato. Identità, responsabilità, storia, pubblicato da Bollati Boringhieri. All’origine le note tesi di Friedrich Nietzsche contenute nelle Considerazioni inattuali (Adelphi): l’uomo invidia l’animale che subito dimentica... l’animale vive in modo non storico, poiché si risolve nel presente... l’uomo invece resiste sotto il grande e sempre più grande carico del passato... Per ogni agire ci vuole oblio: come per la vita di ogni essere organico ci vuole non solo luce, ma anche oscurità. Si deve sapere «tanto dimenticare al tempo giusto, quanto ricordare al tempo giusto». È un tema su cui era tornato qualche anno fa il filosofo Emmanuel Kattan, il quale, in Il dovere della memoria (Ipermedium), propose interessanti riflessioni a proposito delle tensioni che ogni anno si producono nell’Irlanda del Nord nei giorni in cui cattolici e protestanti manifestano, gli uni contro gli altri, nel ricordo della vittoria di Guglielmo d’Orange su Giacomo II, cioè per fatti di oltre trecento anni fa: effetti perversi della memoria. Senza voler imporci quasi un «dovere di dimenticare», scriveva Kattan, va detto che è impossibile non constatare come un’utilizzazione impropria del passato e del sentimento di «credito» nei confronti della storia perpetui i conflitti e generi di continuo nuovi cicli di violenza. Sacrosanta constatazione, che negli ultimi anni si è più volte riproposta ed è stata persino all’origine di qualche passo avventato. Come quello, nel 1971, dell’allora presidente della Repubblica francese Georges Pompidou, il quale concesse la grazia al «boia di Lione» Paul Touvier, che ai tempi di Vichy, nei panni di responsabile della milizia, si era distinto nella persecuzione antiebraica dimostrandosi più «realista» addirittura della Gestapo. Per giustificare quel gesto, Pompidou disse che era giunta l’ora di «stendere un velo» sulla Francia di Pétain: «Il nostro Paese», spiegò, «negli ultimi trent’anni è passato di dramma in dramma, la guerra, la disfatta con le sue umiliazioni, l’occupazione con i suoi errori, la liberazione, poi per contraccolpo l’epurazione con i suoi eccessi - riconosciamolo - e quindi la guerra d’Indocina seguita da quella, spaventosa, d’Algeria con i suoi orrori... non è venuto il momento di dimenticare quei tempi nei quali i francesi non si amavano tra loro, si dilaniavano, si uccidevano a vicenda?». Parole che furono accolte con sdegno da una parte consistente dell’opinione pubblica, e non solo quella ebraica. Al punto che, trascorso qualche anno dalla morte di Pompidou, furono riaperte le procedure giudiziarie a carico del «boia di Lione» e nel 1981 ci fu un nuovo ordine di cattura nei confronti di Touvier, che nel 1989 fu arrestato (a Nizza in un convento, sotto il falso nome Paul Lacroix) per poi essere condannato nel 1994 e rinchiuso nella prigione di Fresnes, all’interno della quale sarebbe morto nel 1996. Ma anche in campo ebraico è affiorato qualche dubbio in tema di memoria. Martin Walser, ad esempio, nel ricevere, a Francoforte l’11 ottobre del 1998 il prestigioso premio per la Pace, ha denunciato il peso e le conseguenze del costante richiamo ai crimini nazisti: «Quando ogni giorno questo passato mi viene ricordato dai media, sento che qualche cosa in me si difende da questa continua rappresentazione della nostra vergogna e invece di essere riconoscente per l’incessante presentazione di questo ignominioso ricordo, comincio a distogliere lo sguardo». A spiegare meglio questa sua presa di posizione Walser menzionava l’«oblio rigeneratore» proposto da Yudka, personaggio di un racconto dello scrittore israeliano Haim Hazaz, per il quale la memoria dolorosa della Shoah stava soffocando la vita e andava perciò in qualche modo arginata.
Diverso è invece l’approccio di Manuel Cruz che, per la sua riflessione, prende spunto da alcuni libri più o meno recenti: dal classico Una interpretazione della storia universale (Sugarco) di José Ortega y Gasset a Come si scrive la storia. Saggio di epistemologia (Laterza) di Paul Veyne; da Futuro passato. Per una semantica dei tempi storici (Marietti) di Reinhart Koselleck a Storia del presente (Mondatori) di Timothy Garton Ash; da Gli abusi della memoria (Ipermedium) di Tzvetan Todorov a un saggio di Gianni Vattimo contenuto nel volume collettaneo Usi dell’oblio (Pratiche).
Due i punti di partenza. Ha scritto Todorov (nel libro citato): «Il lavoro dello storico, come ogni lavoro sul passato, non consiste mai nello stabilire solo dei fatti, ma anche nello scegliere alcuni di essi come più significativi e porli in relazione tra loro; ora questo lavoro di selezione e di combinazione è necessariamente orientato dalla ricerca, non della verità, ma del bene. L’opposizione reale non sarà dunque tra l’assenza e la presenza di un fine esterno alla ricerca stessa, ma tra una buona e una cattiva politica». Ma attenzione all’uso che si fa della memoria. Lo scrittore colombiano Nicolás Gómez Dávila, nel libro In margine a un testo implicito (Adelphi), ha messo in guardia dallo «storico che tratta le epoche come semplici tappe di un processo, trasforma quello che studia in mero prologo del proprio tempo o in preistoria delle proprie aspirazioni».
A questo punto si pone la questione non già del passato, ma anche del presente. Cruz prende le mosse dalla constatazione che per lo storico il presente è al tempo stesso, «in modo indissolubile e necessario», punto di partenza e punto di arrivo. Gli storici - anche quelli che non lo ammettono - hanno sempre saputo che la storia si costruisce dalla prospettiva del presente, che il viaggio che lo studioso intraprende verso il passato «non finisce lì, ma torna necessariamente al punto di partenza», che le sue elaborate costruzioni teoriche, volte a dar conto di quanto successo in altri tempi, «sono prive di valore se non dicono nulla agli uomini d’oggi». Al punto che «la figura dello storico erudito, dedito anima e corpo allo studio di un epoca remota (secondo lo stereotipo, più remota è meglio è), indifferente e incapace a stabilire dei collegamenti tra il proprio oggetto di studio e la realtà in cui vive», quello che potremmo definire una sorta di «entomologo del passato», ha poco a che spartire con quella che è invece la sua pratica reale. Per questi motivi si può asserire che «lo storico è colui che ha più a che fare con il problema del presente» e, in ragione dell’ambiguità con cui il presente tende ad apparire («il presente, come una volta la natura, gode a nascondersi»), la sua missione è costretta a procedere tra infiniti ostacoli. E «non c’è miglior antidoto contro i pericoli che assediano lo storico della chiara consapevolezza della situazione in cui si trova immerso». Adesso, nel momento in cui vive e compie la sua ricerca. A questo punto Manuel Cruz ci offre un suggerimento: non accettare - né per la propria biografia, né più in generale per la storia - l’individuazione di un momento del passato come «elemento costitutivo». Pensare a un momento lontano e contingente del tempo che fu come a un punto di riferimento da cui far discendere tutti i comportamenti successivi («operazione che nella sua forma più caricaturale inizia in genere con l’enunciato "sin da giovanissimo io..."») è operazione assai criticabile. Preso spunto da una riflessione di Milan Kundera - il Kundera de L’ignoranza (Adelphi) - l’autore scrive che «istituire "quella volta" come il momento in cui "tutto è iniziato" non è altro che una finzione (quella secondo la quale lì erano in nuce tutti gli elementi che giustificano ciò che è venuto dopo), ma una finzione inutile perché, a parte che è quasi assolutamente impossibile avere un ricordo perfetto e nitido di questo presunto momento costitutivo, l’aspetto più grave di tale pretesa è che impedisce di pensare adeguatamente alla realtà del processo successivo». La costruzione di ciò che siamo «non ha un solenne momento costituivo, originario, di cui la memoria possa essere al tempo stesso garante e guardiano». È possibile, anzi è assai frequente, che una persona non ricordi esattamente i motivi che l’hanno portata nell’adolescenza a scegliere certi studi piuttosto che altri: se questa persona «si applicasse con un certo impegno a cercare di ricostruire quei motivi, forse riuscirebbe nel suo intento e l’evocazione della realtà del processo di decisione la porterebbe molto probabilmente a sorridere per la grande confusione e debolezza che scorgerebbe nelle sue argomentazioni di allora». Lo stesso vale, deve valere, per la storia. E dunque? Tanto per cominciare, ad ogni evidenza non può esistere una «memoria oggettiva» nel senso di un luogo dove si conservano, intatte, le rappresentazioni del passato, «una specie di super-io storico». La memoria «non è un semplice magazzino in cui vengono riposti i ricordi, un ricettacolo neutro delle nostre esperienze passate». Essa si deve intendere piuttosto «come un insieme di pratiche attraverso le quali i soggetti costruiscono via via la propria identità, o, forse più chiaramente, elaborano la propria biografia». La memoria «oltre a tenere insieme la nostra vita - che di per sé non è poco - la tiene anche ordinata... non conserva né immagazzina, bensì evidenzia, segnala, richiama l’attenzione: di qui l’idea corrente del suo carattere qualitativo». È la matita «che sottolinea avvenimenti, momenti, persone che ci hanno fatto essere quelli che siamo e che hanno fatto essere il nostro mondo quello che è». Di più. Il continuo ritorno al passato genera un pernicioso effetto sul nostro tradizionale modo di rapportarci a quanto è successo in precedenza: «La memoria, a forza di tante ripetizioni, perde a poco a poco l’aura che la accompagna». Tanto più - ed è questa la parte più interessante messa in evidenza dal libro - che lo sviluppo della tecnologia fa sì che dalla concreta realtà degli oggetti va scomparendo ogni traccia temporale. Le tecniche moderne «puliscono dal tempo» i nostri ricordi, li «disattivano» rendendoli quasi indistinguibili «dagli oggetti del presente». Il tempo «che, come un sottile strato di polvere, si era posato sui nostri ricordi, ricoprendoli di una patina di malinconia, è improvvisamente scomparso». Il passato invece di scomparire, di svanire nell’aria, rimane lì «a volte anche a disposizione per poterlo contemplare a nostro piacimento». L’ostinazione con cui i mass media tornano insistentemente su quel che è accaduto, non solo non ci consente una digestione lenta, calma e tranquilla dell’esperienza, «ma soprattutto ci fa abituare ad essa». A tal punto che «a poco a poco siamo diventati incapaci, fino al limite dell’atrofia, di vivere le esperienze nel momento in cui accadono». Il passato fa sempre più parte del presente («o, se si preferisce, fa fatica ad abbandonarlo») e stiamo assistendo ad una dilatazione del presente, alla sua espansione, «una dilatazione o espansione che si nutre in gran parte del passato». Ovviamente, prosegue Manuel Cruz, questo passato attraverso cui cresce il presente non è il passato remoto, ma non per questo esso ha minori ripercussioni sul discorso storico. Anzi «è vero forse il contrario... poche cose hanno un’influenza più diretta sulla nostra concezione della storia come la riconsiderazione del presente». Soprattutto quando, come accade ai nostri giorni, «la riconsiderazione è avvenuta in gran parte come risultato della massiccia introduzione nella vita quotidiana di pratiche e tecniche in grado di cambiare in modo radicale lo sguardo dell’uomo contemporaneo sul mondo». Sostiene Cruz che non è più il tempo in cui si poteva affermare che la nostalgia è un modo di far lavorare il passato, il tempo in cui la memoria era ancora, almeno in parte, nelle nostre mani. Adesso la selezione ci viene da fuori e così «la memoria è stata disattivata», non ci appartiene più, neanche in parte: «La casa in cui una volta siamo vissuti è occupata da estranei». La contrapposizione netta tra memoria e oblio, portata all’esagerazione, «ha forse operato in troppe occasioni come uno spauracchio allarmista, svolgendo così la perversa funzione di sviare la nostra attenzione da ciò che era davvero importante». Tende a scomparire l’abitudine a ricordare per conto proprio. Così è in gioco l’autonomia della memoria dal momento che rinunciare a ricordare per conto proprio «equivale ad abdicare al nostro diritto di controllare la selezione degli elementi da conservare», equivale «a lasciare che siano altri - sempre gli stessi, ovviamente - a fissare la narrazione del passato». E il passato frutto di questa narrazione è come una stella lontana che già da tempo non esiste più. «Ciò che crediamo di scorgere, ciò che brilla in lontananza, nella lontananza del passato, sono i nostri sogni spenti, senza luce né calore, che sopravvivono come fantasmi, grazie alla nostra ostinata tendenza all’evocazione». Va bene, ma c’è anche una storia che, ancorché scritta dai vincitori, dovrebbe in qualche modo risarcire i «vinti». Operazione pericolosa, avverte Manuel Cruz. «Ricordare i vinti e la grandezza della loro disfatta è in realtà un modo di impugnare il presente, di segnalare la negatività che lo costituisce o il dolore su cui è stato edificato - è lecito dirlo in tutti e due i modi - ma non può certo significare che quelle possibilità perse siano ancora in vita, che quella partita sia ancora aperta; crederlo serve solo ad alimentare un’inutile illusione, e quindi a concedere ai vinti il regalo, quasi postumo, dell’innocenza». Secondo l’autore «rinunciare alla memoria anestetizzata e sequestrata che è quella più caratteristica del nostro tempo ha un valore diverso da quello che avrebbe potuto avere in passato». Forse «in questo momento è opportuno proprio esasperare un tratto caratteristico delle società occidentali contemporanee, cioè il fatto che non si servono del passato come un mezzo privilegiato di legittimazione (erede, in fin dei conti, del lignaggio) ma che propongono, di fronte all’autorità esterna e indiscutibile della tradizione, il modello del contratto, basato sull’adesione esplicita e consapevole dei partecipanti». Nelle società moderne «la memoria inizierebbe a essere spodestata, non a favore dell’oblio, ma di alcuni principi universali e di ciò che chiamiamo volontà generale». Tutte cose che servono a rifondare in qualche modo i nostri rapporti con il futuro. Ma non è questo il discorso, pur fondamentale per l’autore, che ci interessa. A noi preme restare al ruolo dello storico. Che non viene neutralizzato da questo ragionamento. Anzi. Di lui - sostiene Cruz - c’è grande bisogno. Lo storico è infatti, secondo l’autore, «colui che meglio può aiutarci a difenderci dal passato, ha l’autorità di rivendicare l’oblio, senza che ricadano immediatamente su di lui i consueti sospetti; l’indiscutibile volontà di conoscenza che lo sprona lo mette in salvo da qualsiasi malinteso; dimenticare è dal suo punto di vista un modo di drenare la storia». L’oblio che può invocare non è ambiguo. Né è un oblio «che cauterizza la relazione con il passato per meglio congetturare un’inesistente felicità attuale». Se qualcosa l’oblio dello storico persegue, «questo qualcosa è un semplice obiettivo: che la storia sia». Che questo enorme, sproporzionato, elefantiaco presente, che cresce senza sosta davanti ai nostri occhi, «non diventi un ostacolo insuperabile, non ostruisca, in modo definitivo, il fluire dell’umanità dietro ai suoi sogni rimandati». Interessante argomentazione. Cruz propone di «conoscere per dimenticare» e di «dimenticare per poter proseguire». Per lui la storia non si è conclusa, «si è semplicemente bloccata». E con una buona dose di oblio si può rimediare.

Il libro di Manuel Cruz I brutti scherzi del passato (pagine 164, 18,50) è edito da Bollati Boringhieri. L’autore, docente di Filosofia contemporanea all’Università di Barcellona, si richiama a pensatori come Friedrich Nietzsche, José Ortega y Gasset, Paul Veyne, Reinhart Koselleck e Tzvetan Todorov per affrontare le questioni riguardanti la funzione della memoria storica nella società di oggi.
«Corriere della Sera» del 29 giugno 2010

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