11 luglio 2010

Mai confondere i reati con la missione della Chiesa

I casi di pedofilia e la lezione del diritto
di Francesco D'Agostino
Le numerose, reiterate accuse di pedofilia rivolte a sacerdoti e a vescovi sono così dolorose che si prova il desiderio di volgere il viso da un’altra parte, per chiudere la questione nel modo più rapido possibile e immaginabile e con un solo auspicio: che la giustizia faccia il suo corso. Che si svolgano tutte le indagini utili e necessarie. Nulla va coperto, niente va rimosso. Ci pensino i giudici, ci pensi lo Stato, con la massima severità possibile.
Si tolga alla Chiesa ogni immunità, si rovisti in ogni archivio, si aprano tutte le tombe. I colpevoli vanno puniti duramente, le vittime vanno indennizzate secondo giustizia. La Chiesa pensi a fare penitenza, come peraltro ha ribadito diverse volte, e con toni accorati, il Papa.
Tutto qui? No. Molti diranno che è troppo poco e continueranno a invocare ancora maggiore severità e indagini ancora più stringenti. Io penso piuttosto che sia arrivato il momento di riflettere su tutto l’insieme della questione pedofilia con una freddezza che non ci viene spontanea (data la dolorosità delle vicende), ma che pur tuttavia è indispensabile, se vogliamo capire davvero qualcosa di più di ciò che ci viene dettato dall’emotività, individuale e collettiva.
Le violenze pedofile sono insieme peccati e reati e come tali coinvolgono sia l’etica che il diritto. Diversamente da quanto predica da decenni e decenni il positivismo giuridico, etica e diritto non possono essere separati, come se appartenessero a sfere autonome di esperienza. La Chiesa l’ha sempre saputo. È maestra di morale ed è maestra di diritto e insegna, da sempre, che non si può togliere al diritto il suo radicamento etico. Ma essa insegna altresì che non si può nemmeno, nel nome del primato dell’etica, umiliare il diritto (e il diritto canonico in particolare).
Che cosa comporta tutto questo? Innanzi tutto, che bisogna prendere sul serio come il tempo opera sul diritto. Un peccato è sempre, a suo modo, atemporale, come ben sanno coloro in cui non riesce a spegnersi il rimorso per colpe lontane nel tempo. Non è così per un delitto, che si radica nel tempo: tranne casi estremi, il passare degli anni impone la prescrizione del reato. Mantenere attive accuse che concernono delitti commessi decenni e decenni addietro o rivolte contro (pretesi) criminali defunti da tempo è, per il diritto, un’assurdità. Il tempo cancella o rende comunque improponibili le prove. La morte dell’imputato o del condannato vanifica l’azione processuale o addirittura estingue il reato. Anche il trasformare le imputazioni penali in richieste civilistiche di risarcimento del danno (come si fa da anni in specie negli Stati Uniti) fa sorgere il fondato sospetto che si voglia lucrare su vicende che sono assolutamente odiose, ma il cui vero risarcimento non potrà mai avere un carattere esclusivamente monetario. Giungere, come si fa ormai da anni, a coinvolgere le diocesi per reati compiuti da sacerdoti è un’assurdità giuridica. La responsabilità penale è sempre e solo personale; per trascinare una diocesi davanti al giudice civile bisogna maliziosamente considerare la Chiesa come un’azienda e trattare i preti come dipendenti dei loro vescovi. Dopo la sentenza della Corte Suprema degli Usa, sostengono alcuni avvocati, un giudice americano potrà chiamare il Papa come testimone in un processo e – chissà – addirittura imputarlo.
Incredibile.
I canonisti, in secoli di lavoro, hanno elaborato la teoria della Chiesa come ordinamento giuridico sovrano, responsabile davanti a Dio e a nessun altro. In quanto operano in questo 'secolo', cioè nella società civile, utilizzandone le strutture socio-economiche, i membri del clero sono ovviamente sottoposti alla legge dello Stato e soprattutto alla legge penale. In quanto però operano per la realizzazione del Regno di Dio, essi sono e devono sentirsi non vincolati dalla legge dello Stato, ma dalla legge della Chiesa, che ha un unico fine, la salus animarum. Il prete, nel momento in cui commette il delitto di pedofilia, viola la legge dello Stato (e di conseguenza va punito) e tradisce la sua vocazione. Ma questa sua responsabilità non può essere scaricata sul vescovo (tranne ovviamente nelle ipotesi di correità nel delitto) e a maggior ragione sulla diocesi. Non è in gioco solo l’autonomia della Chiesa, bene peraltro preziosissimo, ma ancor più la capacità dello Stato di saper riconoscere i propri limiti. Spetta allo Stato punire i criminali; guai quando, con la pretesa di punirli, pretende di qualificare arbitrariamente la realtà spirituale e canonica della Chiesa e di umiliarla, riducendola a una qualsiasi, semplice associazione tra cittadini.
«Avvenire» dell'11 luglio 2010

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