04 ottobre 2009

Zanzotto: i miei versi fra deprecazione e bellezza

Il grande poeta sta per compiere 88 anni e pubblica una nuova raccolta di poesie, ove accentua il suo no a un progresso negativo che porta a deteriorare la natura e l’ambiente. Ma qui ribadisce anche che la vera poesia non nasce dal dolore, ma dall’entusiasmo e dalla sovrabbondanza del sentire
di Nicola Bultrini
A distanza di 8 anni dall’uscita della sua ultima fatica (Sovrimpressioni, nel 2001) è imminente la pubblicazione, nello Specchio Mondadori, di Conglomerati, la nuova raccolta di Andrea Zanzotto. Il volume sarà in libreria in concomitanza con il compleanno del poeta, che il 10 ottobre compirà 88 anni. E’ di qualche mese fa la pubblicazione del libro In questo progresso scorsoio (Garzanti), una lunga intervista al poeta, in cui, seguendo un’autobiografia privata ed artistica, lo sguardo di Zanzotto sul presente era pretesto di una più vasta analisi storica, in cui centrale si poneva il tema del paesaggio, della catastrofe climatica e della distruzione della cultura contadina. Eppure già in quell’occasione il poeta ci ricordava che la poesia, in quanto atto d’amore verso la realtà, scaturisce comunque, più che dal dolore, dall’entusiasmo e dalla sovrabbondanza del sentire. A ben vedere si tratta di temi cari al poeta, largamente presenti anche in queste nuove poesie (scritte sia in italiano che in dialetto) e su cui Zanzotto ci dice di lavorare già dal 2000.
Nei suoi scritti più recenti lei dedica grande attenzione al tema dell’ambiente, anche con toni allarmati ed allarmanti. Quanto è importante per un poeta l’ambiente che lo circonda e quanto condizione la sua scrittura?
«Moltissimo. Direi che l’ambiente costituisce proprio una base per la stessa poesia. E’ importante proprio per questo suo continuo cambiare e perché il deperire dell’ambiente comporta anche il deperire di quella che diciamo 'ispirazione'. O forse ne attizza una negativa. Ma c’è comunque tra essi un rapporto costante».
Ma c’è la possibilità che un ambiente decadente, come quello che lei attribuisce all’intervento negativo dell’uomo, possa suscitare nel poeta una reazione di resistenza?
«In effetti io non mi sono limitato a denunciare, ma ho espresso sempre anche un incitamento a resistere. Bisogna assolutamente darsi animo per impedire il progresso negativo. Ci sono invero tanti poeti, anche nelle generazioni più giovani, che sono più o meno tutti sulla stessa linea di resistenza al potere del denaro e dell’effimero. Parlando della mia esperienza, del libro in uscita in questi giorni, confesso d’aver avuto diversi dubbi sul titolo. Perché è pur vero che il carattere principale dei testi è una sorta di durezza, ma la poesia in fondo nasce anche per lodare. Ma come si fa oggi a lodare? Il poeta allora, appena intravede una scappatoia possibile, tende anche a mettere in luce nei suoi componimenti, qualche cosa che è bello, che quindi può offrire anche una spinta di speranza. Nella mia poesia di oggi ci sono in primo piano le consuete ripercussioni negative, ma c’è dentro anche qualche spunto di sincera lode. Non so se la natura sia o meno innocente, è un discorso che potrebbe andare avanti senza fine, ma per mio conto cerco di vedere ancora gli aspetti belli della natura, che riemergono comunque, anche se facilmente ci si dimentica della loro esistenza. Quindi accanto alle numerose poesie che definirei di deprecazione, c’è sempre pure la tendenza allo scoprire un fiore che vien fuori, un qualche aspetto di bellezza. Anche stavolta si è trattato di un’esperienza linguistica particolare, perché io di solito pubblicavo un libro ogni 4 o 5 anni, ma il lungo tempo trascorso dall’ultima pubblicazione ha ora suscitato un ambito di sconcerto e anche allo stesso tempo di resistenza interna».
Tornando all’ambiente fisico in cui il poeta lavora, lei ha sempre scritto la sua poesia a Pieve di Soligo, e qui l’ambiente è sicuramente naturalisticamente ameno. Verrebbe dunque da pensare che la sua poesia sia sempre condizionata da un ambiente favorevole e positivo, cui lei è evidentemente molto legato...
«Sì, è vero, e qui dove vivo esistono ancora delle vallette, delle macchie di fiori, che conservano il loro mistero. Ma appena lo sguardo si alza e la prospettiva si fa più larga, nella visione di insieme, allora questa sensazione si disfa e a breve distanza si vede il disastro dell’urbanizzazione».
E la casa, l’ambiente domestico?
Da bambino ho cambiato molte abitazioni, ma per me non aveva importanza. Poi sono diventato piuttosto sedentario. Ma l’ambiente domestico dove vivo invece cambia in continuazione. In realtà l’ambiente domestico che ancora mi tocca davvero in profondità, è quello dell’antica casa dove abitavo con i miei genitori. La casa è decorata dagli affreschi molto belli di mio padre e per me è stata sempre un rifugio.
Ogni volta che ho avuto delle difficoltà sono sempre tornato lì a ricercare la vecchia aura. Questa è la mia idea di casa, e anche adesso quando posso mi ci faccio portare; perché per me è sempre confortante.
Ma è soprattutto l’ambiente esterno che mi sta a cuore, mentre quello domestico è in un certo senso funzionale. Qui intorno infatti ci sono posti per passeggiare che sono ancora belli; poi quando torno a casa, se questo senso di bellezza perdura e non è stato soverchiato da altro, allora scrivo».
Dopo tanti anni di scrittura e di completa frequentazione della poesia, che emozione si prova a scrivere versi?
«Io ho cominciato a scrivere poesie molto presto, sollecitato soprattutto dalla mia nonna paterna, che era colta e leggeva i giornali. In gioventù era stata anche ancella di una principessa Collalto. Conosceva la poesia del Tasso e mi recitava anche qualche breve poesia in tedesco. Con lei ho avuto il legame più forte della mia infanzia e mi ha consentito di entrare presto e facilmente nella poesia. Oggi continuo a scrivere senza particolari motivazioni. C’è questo spirito profondamente attivo dentro di me, che nonostante gli ostacoli, continua a saltar fuori. E così vado avanti».


«Il carattere principale dei miei testi è una sorta di durezza, ma la poesia in fondo nasce anche per lodare. Ma come si fa oggi a lodare? Il poeta allora, appena intravede una scappatoia possibile, tende anche a mettere in luce qualche cosa che è bello, che quindi può offrire anche una spinta di speranza»
«Avvenire» del 4 ottobre 2009

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